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“Paura” di Richard Wright

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Paura

di Richard Wright

“Vorrei scagliare le mie parole in questa oscurità e aspettare un eco , e se l’eco risuonasse,
non importa quanto debolmente , vorrei lanciare altre parole per dirlo: marciare,
combattere , per creare un senso di fame per la vita che rode in noi tutti.”

-Richard Wright (American Hunger, 1977)

 

Richard Nathaniel Wright nasce il 4 settembre del 1908 a pochi chilometri da Natchez, capoluogo della Contea di Adams, Missisipi.

Dopo un’infanzia caratterizzata da profondi traumi, tra cui l’abbandono del padre, una grave malattia della madre e l’assassinio di suo zio Silas da parte di persone bianche, si trasferisce prima a Greenwood (1918) e poi dalla nonna materna a Jackson (1920). La difficile convivenza, prima con gli zii e poi con la nonna, rei di costringerlo ad una vita fortemente improntata alla dedizione religiosa (più precisamente Avventista), instilleranno in Wright una profonda insofferenza nei confronti delle pratiche religiose e nel tentativo di trovare in esse una spiegazione, se non una soluzione, alle misere condizioni del popolo afroamericano in quegli anni.

Fu del 1916, infatti, la cosiddetta “Grande migrazione afrostatunitense”, che portò milioni di afroamericani ad emigrare dagli stati del sud, ancora fautori e conservatori una politica schiavista e razzista, verso gli stati del nord e dell’ovest.

Un anno dopo, nel 1917, nella cittadina di East St.Louis (Illinois) ebbero luogo violenti scontri tra afroamericani e americani bianchi. Questi, in rivolta contro le aziende del territorio che avevano assunto i neri come manovalanza (dato che molti bianchi erano partiti per il fronte della I guerra mondiale e nel frattempo non era ancora permesso ai neri di far parte dell’esercito) distrussero diversi palazzi e tolsero la vita ad un 14enne.

Nel 1921 fu Tulsa (Oklahoma) ad esser teatro di violenti scontri tra la popolazione bianca e quella nera. I due ospedali per persone di colore furono bruciati e più di 800 cittadini afroamericani rimasero feriti nei tafferugli. 39 persero la vita.

Wright crebbe dunque nel periodo più atroce e violento della Segregazione Razziale negli Stati Uniti.

” Essi odiano perché temono e hanno paura perché ritengono
che i sentimenti più profondi della loro vita vengono aggrediti e oltraggiati.
E non sanno perché; sono pedine impotenti di un gioco cieco delle forze sociali. “

-Richard Wright (Paura, 1940)

Molto criticato per la violenza e l’asprezza dei suoi scritti, Rirchard Wright fu uno dei primi scrittori – il primo afroamericano a dare alle stampe un best seller – a denunciare le umiliazioni, i soprusi, la segregazione e le ingiustizie perpetrate per decenni nei confronti di milioni di persone di colore. Uno dei primi militanti antirazzisti negli Stati Uniti, che grazie a capolavori autobiografici come Ragazzo Negro, riuscì a sensibilizzare migliaia di persone alla situazione dei neri d’America.

Ma in Paura (Native Son, 1940), forse il suo lavoro più criticato, Wright fece qualcosa di più.

Paura è infatti un’opera di scandagliamento della psiche umana. L’autore, con spietata precisione, non si accontenta di trascrivere superficialmente il rapporto di causa effetto che intercorre tra le barbarie subite dal popolo afroamericano e le relative conseguenze.

Wright propone una visione, quanto mai profonda e cristallina, di quelli che sono i meccanismi della mente umana e di ciò che può portare un individuo qualunque, se messo alla strette, se portato all’esasperazione, a compiere un atto disumano e violento.

Bigger Thomas, protagonista del romanzo di Wright, è un ragazzo nero di una famiglia estremamente povera e che passa le sue giornate tra piccoli lavoretti, più o meno legali, la sua ragazza Bessie e i suoi amici. Quando trova un lavoro presso una facoltosa famiglia bianca della sua città, le cose sembrano cambiare in meglio per lui e la sua famiglia.

Una serie di eventi portano Bigger a fare i conti con i pregiudizi, l’odio razziale e l’oppressione in cui versavano gli afroamericani di metà del XX secolo. Ma soprattutto, e in questo sta la vera grandezza del romando di Wright, il lettore viene portato, in un continuo moto di empatia, a provare ciò che il protagonista prova sulla propria pelle.

Esso soffre, fugge, impreca, odia, combatte e alla fine si arrende all’ineluttabile realtà:

“La violenza è una necessità personale per gli oppressi…Non è una strategia consapevolmente messa a punto. E’ la più profonda espressione istintiva di una individualità negata all’essere umano. “

Nella violenza di Bigger non c’è la sua colpa, non solo. C’è la colpa di chi per anni, decenni, secoli, ha schiavizzato e sottomesso un popolo.

C’è la colpa di chi ha trattato persone alla stregua di essere inferiori e indegni.

C’è la colpa di chi ha privato della dignità e della libertà i propri simili.

C’è la colpa di chi ha taciuto nell’assistere a tutto ciò.

La colpa di chi gli ha negato i diritti fondamentali.

L’assassino non è Bigger, ma la società che ha reso possibile e purtroppo necessario che egli avesse quella paura, una paura così ancestrale e profonda da esulare da qualunque imputazione umana.

Un romanzo quanto mai attuale, quello di Wright, che è un inno e un invito all’empatia e alla riflessione sulle condizioni umane e sulla loro genesi.

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