Il principe Miškin, personaggio de “L’Idiota” di Dostoevskij, pronuncia poche parole destinare ad imprimersi nell’immaginario mondiale e attraversare i secoli con un’immutata validità:

la bellezza salverà il mondo

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Che cosa sia la bellezza, quale sia la sua precisa definizione e la sua più profonda natura, è oggetto di infinte discussioni e tanta confusione (bellezza soggettiva o bellezza oggettiva?).

Il dizionario Treccani fa un’interessante precisazione, dicendo che la bellezza è “qualità di ciò che appare o è ritenuto bello ai sensi e all’anima”. Nel processo di “fruizione” della bellezza, esistono infatti tre componenti ben distinte, che potremmo dividere in:

Strumenti, che sono i nostri cinque sensi, ossia i mezzi con i quali la percepiamo. Con gli occhi vediamo un quadro, con le orecchie ascoltiamo una canzone, con la bocca assaggiamo un sapore, con il tatto accarezziamo una superficie e con il naso catturiamo un profumo;

Parametri, con i quali la valutiamo e la incastoniamo in una determinata categoria. I parametri sono fortemente influenzati dal periodo storico e dall’ambiente che ci circonda, nel momento in cui ci troviamo di fronte alla bellezza. Ecco perché, per chi è fortemente legato ai parametri di valutazione e della moda del tempo in cui vive, è complicato godere di una bellezza che ha origine in un lontano passato o che immagina un intangibile futuro;

Sensazioni, con le quali la “sentiamo” la bellezza e dalle quali ci facciamo rapire. Queste sensazioni nulla hanno a che vedere con forme, regole o mode, ma trovano rispecchiamento nell’identità più intima di ognuno di noi.

La bellezza, figlia della natura e dell’arte, sa assumere un miriade di forme diverse, alcune delle quali impetuose e travolgenti per l’animo umano più sensibile.

Amore e Psiche - Antonio Canova - Museo del Louvre
Amore e Psiche – Antonio Canova – Museo del Louvre

Stendhal e gli studi sulla sindrome

Una tradizione in voga nell’Europa continentale del XVII, voleva che i giovani aristocratici intraprendessero un viaggio – della durata di mesi o addirittura anni – all’interno del continente europeo, con l’obiettivo di accrescere conoscenze ed esperienze di vita.

Spesso questo viaggio, detto Gran Tour, aveva come destinazione finale l’Italia. Ecco perché, nel 1817, lo scrittore francese Marie-Henri Beyle, noto come Stendhal, si trovò a scrivere delle bellezze della nostra penisola nel suo “Roma, Napoli, Firenze”.


“Ero arrivato a quel punto di emozione dove si incontrano le sensazioni celestiali date dalle belle arti e i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, avevo una pulsazione di cuore, quelli che a Berlino chiamano nervi: la vita in me era esaurita, camminavo col timore di cadere”

Ecco la prima testimonianza di quella che è attualmente conosciuta proprio col nome di Sindrome di Stendhal: uno stato di turbamento e di malessere, causato dal trovarsi al cospetto di un’opera d’arte di bellezza sconvolgente e pietrificante.

A coniare questa definizione però, più di un secolo e mezzo dopo, sarà la psicanalista fiorentina Graziella Margherini, decisa ad approfondire questo argomento e trovarne una conferma scientifica, affascinata dagli scritti di Stendhal e da alcuni curiosi avvenimenti a cui aveva assistito.

Intorno agli anni ’80, Margherini era infatti psichiatra responsabile del Servizio per la salute mentale dell’Arcispedale di Santa Maria Nuova di Firenze:

“fui molto colpita, insieme ad altri miei colleghi, dal fenomeno ripetuto di arrivi d’urgenza di persone colpite da disturbi psichici improvvisi (…) erano tutte persone in viaggio, tutte straniere e tutte partite da casa in uno stato di benessere o di compenso psichico. Il fenomeno ci pareva assolutamente degno di approfondimento, così vi abbiamo dedicato uno studio decennale, operando anche un’indagine su un campione di controllo.”

Proprio come Stendhal, queste persone provano una sensazione di estasi mistica, un annichilimento di fronte a una dose di bellezza troppo potente e ingestibile. Lo studio della dottoressa Margherini ha inoltre evidenziato che la maggior parte dei malati di bellezza è costituita da viaggiatori singoli, individui da una cultura medio-alta che si trovano in cammino per studiare e godere delle bellezze artistiche del nostro paese.

La storia è piena di artisti folli che hanno trovato una cura attraverso l’arte, ma è tuttavia possibile impazzire a causa di quella stessa medicina? Cosa prova chi, ascoltando Mozart o ammirando una scultura del Bernini, è vittima di questa vertigine magica?

Malati di bellezza

Prendendo spunto dallo studio decennale del team di Firenze, si può accennare ai sintomi di quella che a tutti gli effetti non è una patologia, ma piuttosto un disturbo psicosomatico. Esso attecchisce solo a determinati tipi di personalità – particolarmente sensibili all’arte e alla bellezza – e in specifici ambienti in cui queste sono immerse, come luoghi ricchi di stimoli o di opere d’arte.

I sintomi, che hanno carattere temporaneo e svaniscono una volta abbandonati i suddetti luoghi, comprendono crisi di panico, ansia, palpitazioni e un vago senso di irrealtà. Solo in casi più gravi, la Sindrome di Stendhal ha generato crisi di pianto, angoscia e depressione.

Qualcosa di analogo, ma che assume spesso connotati più negativi, è rappresentato dalla Sindrome di Parigi, che colpisce quasi esclusivamente i turisti giapponesi in visita alla capitale francese. I sintomi, simili a quelli della sindrome di Stendhal, nascono però dalla delusione dei nipponici nel percepire una profonda differenza tra l’immagine che si ha della città europea in Giappone e la realtà dei fatti.

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L’esperimento

Ad approfondire l’argomento e cercare di capire se la Sindrome di Stendhal abbia dei fondamenti scientifici e non sia solo un’intrigante leggenda, ci ha provato un esperimento tenuto presso la cappella affrescata da Benozzo Gozzoli in Palazzo Medici Riccardi a Firenze. Durante l’esperimento, i visitatori sono stati sottoposti a rilevazioni biofisiche, per comprendere l’effetto che ha l’arte e la bellezza sul cervello e sui parametri vitali.

Nelle prime valutazioni di questo esperimento, si sono effettivamente notati degli effetti da esposizione alla bellezza, come un aumento della rilassatezza e un maggior coinvolgimento cerebrale, soprattutto durante stimoli sia visuali che sonori.

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La bellezza è un viaggio

Gli studi e le sperimentazioni riguardo alla Sindrome di Stendhal sono molto complessi, vista la rarità e l’impossibilità di prevedere una crisi e quindi di monitorarla.
Resta comunque il fascino di questo disturbo, che è un inno alla bellezza, alla sua potenza e alla sua capacità di turbare e scuotere l’animo umano.

Probabilmente, Stendhal e gli altri malati di bellezza come lui, altro non sono che viandanti capaci di immergersi fino in fondo in un’opera d’arte, riconoscendo qualcosa di sé e dei propri sentimenti nella forza di una pennellata, in una nota musicale o in una poesia particolarmente evocativa.

La capacità di identificarci con un artista, è la condizione fondamentale che ci permette di comprenderne, forse non appieno ma più profondamente, il suo lavoro.

Il viaggio che Stendhal stava compiendo attraverso il continente europeo, altro non è che il viaggio interiore che ognuno di noi compie, nel tentativo di trovare e fotografare la bellezza e abbandonarsi ad essa, lasciandoci abbracciare, sconvolgere e…salvare.

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