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Nel 1929, lo scrittore ungherese Frigyes Karinthy pubblicò un racconto breve dal titolo “Catene”, poche pagine di straordinaria preveggenza nelle quali spiegò la propria opinione sulla profonda evoluzione sociologica in atto in quegli anni.

“La rapidità con cui si diffondono le notizie e l’utilizzo di mezzi di trasporto sempre più veloci ha reso il mondo più piccolo rispetto al passato. “E’ successo questo, quello, tutto, ma non era ancora successo mai che ciò che penso, faccio, voglio o desidero, che mi piaccia o no, possa venirlo a sapere, in pochi secondi, chiunque. E se voglio verificare qualcosa che è accaduto a mille chilometri da me, in pochi giorni posso trovarmi lì, di persona o con la mia parola, ed effettuare la mia verifica.”

È il primo accenno a quella che è divenuta famosa al mondo come la teoria dei sei gradi di separazione: la congettura secondo la quale ognuno di noi, a prescindere dalla provenienza geografica o l’estrazione sociale, è collegato a ogni altra persona del mondo attraverso una rete di conoscenze di soli 5 intermediari.

“Comunque, dalla discussione venne fuori un’idea interessante. Uno di quelli che vi partecipava propose un gioco per dimostrare che gli abitanti del globo terrestre sono molto più’ vicini l’uno all’altro, sotto molti punti di vista, di quanto lo siano stati nel passato. Dato un individuo qualunque tra il miliardo e mezzo di abitanti della terra, che vive in un posto qualsiasi, lui sosteneva di riuscire a mettersi in contatto con quell’ individuo al massimo attraverso cinque altri individui che si conoscessero tra loro personalmente.”

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La teoria del mondo piccolo

Per anni, quella di Karinthy è rimasta una bella e affascinante ipotesi da romanzo, che professava un mondo più piccolo e “intimo” di quanto i suoi abitanti fossero portati a pensare.

La svolta si ebbe negli anni ‘60, quando lo psicologo statunitense Stanley Milgram decise di implementare un esperimento sociale per confermare questa teoria attraverso una prova empirica e inconfutabile.

Milgram consegnò un pacchetto ad un gruppo di persone selezionate, chiedendo loro di spedirlo a un’altra persona situata nello stato americano del Massachusetts, dall’altra parte del paese. I soggetti scelti conoscevano il nome e la città di residenza del destinatario, ma non l’indirizzo preciso.

Lo psicologo chiese ai partecipanti di inviare il pacchetto a chi, tra le loro conoscenze, poteva essere in contatto con il destinatario o comunque viveva nella stessa area geografica.

I risultati dell’esperimento di Milgram furono stupefacenti e, a conferma di quanto profetizzato da Frigyes Karinthy, i gradi di separazione tra i mittenti e il destinatario sconosciuto risultarono essere in media 6.

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Una fitta rete di conoscenze

Nel corso degli anni, questo esperimento ha avuto tante repliche, in variabili più moderne, coinvolgendo più persone e utilizzando canali più potenti, come nel caso del test del professor Duncan Watts eseguito servendosi del servizio di posta elettronica.

Su questa pagina di Wikipedia invece, si propone una particolare versione della teoria, secondo la quale basterebbe cliccare sul primo link del corpo di qualunque pagina dell’enciclopedia digitale, per arrivare nel giro di 23 passaggi alla pagina “Filosofia”.

Ciò che né Milgram e tanto meno Karinthy potevano immaginare, era che da lì a qualche decennio sarebbe stata implementata una rete mondiale di interconnessioni che avrebbe drasticamente ridotto i gradi di separazione tra gli abitanti della terra, rendendo il mondo ancora più piccolo: i social network.

La struttura dell’internet ha potenziato e velocizzato le connessioni, sia tra le informazioni che tra le persone. I social network hanno portato questa evoluzione ai massimi storici, permettendoci di entrare in contatto con un numero infinito di persone, senza alcun limite geografico e temporale.

È del 2010 l’esperimento di due ricercatori dell’Università degli Studi di Milano che, in collaborazione con Facebook e sfruttando gli algoritmi sviluppati dal Laboratorio di Algoritmica per il Web dell’Ateneo, hanno scoperto che il grado di separazione – al giorno d’oggi- si attesta in media a 3,74.

La ricerca svolta dall’Ateneo milanese rappresenta il test più ampio mai eseguito sulla teoria dei sei gradi di separazione: Milgram, nel suo esperimento, aveva considerato un centinaio di possibili relazioni, contro i 65 miliardi di interconnessioni presenti attualmente sul famoso social network di Mark Zuckerberg e analizzate da quest’ultima valutazione.

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Siamo davvero così vicini?

A guardare i numeri e i risultati delle ultime ricerche sulla teoria del mondo piccolo, sembra davvero che i social network abbiano confermato una volta per tutte l’antico detto “tutto il mondo è paese”.

Ma le reti digitali di aggregazione sono davvero la propulsione che azzera le distanze tra gli individui?L’immensa e intangibile agorà che è il web, serve davvero a conoscere più persone e a stringere un maggior numero di relazioni? Secondo il numero di Dunbar, no!

Robin Dunbar è un antropologo britannico, professore a Hoxford, specializzato nello studio del comportamento dei primati.

Il numero di Dunbar è una misurazione teorica del limite cognitivo a cui il nostro cervello è soggetto quando si parla di stringere e mantenere relazioni sociali stabili con altre persone. Il professor Dunbar ha individuato uno stretto rapporto tra le dimensioni dell’encefalo dei primati e la grandezza dei gruppi sociali ai quali essi aderiscono.

I primati, così come gli esseri umani, avvertono il bisogno di contatto sociale, che nel caso dei nostri cugini è rappresentato dal cosiddetto social grooming: lo spulciamento che ha una spiccata connotazione sociale e che ha lo scopo di implementare la struttura associativa del gruppo.

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Gli studi di Dunbar hanno rilevato che, proporzionando le misure alla massa cerebrale del corpo umano, l’Uomo sia in grado di “tenere in vita”, in maniera stabile, un massimo di 150 rapporti sociali.

In accordo con quanto ipotizzato dallo studioso britannico, possiamo immaginare il cervello umano come un potente marchingegno capace di immagazzinare e processare una mole spropositata di dati. Un database in grado di memorizzare volti, nomi, colori e dettagli.

Ma come ogni meccanismo presente in natura, anche il nostro cervello ha dei limiti: può sicuramente ricordare i dati anagrafici e le informazioni riguardo a migliaia di persone, ma è incapace di creare e consolidare un legame intimo con ognuna di esse.

Ne consegue che, volendo ancora una volta dare fiducia a questa teoria del numero di Dunbar, saremo in grado di ricordare i nomi di tutti i nostri 2000 amici di Facebook o i 1000 followers di Twitter, ma molto probabilmente non saremmo capaci di tessere con loro un rapporto di amicizia che sia degno di tale definizione.

Questa incapacità non è figlia del disinteresse o della mancanza di empatia, ma di un oggettivo limite cognitivo del nostro “processore” che, per fare al meglio il suo lavoro, è costretto a risparmiare energie e risorse per i processi davvero importanti.

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