Perché l’Umiltà Migliora la Professionalità?

La lingua italiana è meravigliosa, sia per la “cantabilità” delle sue parole che per la complessità di alcuni suoi aspetti.

Esistono infatti alcune parole o concetti che richiedono uno sforzo cognitivo davvero notevole per essere pronunciati.

Se penso alle cose più difficili che si possano dire nella lingua italiana, mi vengono subito in mente queste tre:

  • 1. Acido desossiribonucleico
  • 2. Sopra la panca la capra campa, sotto la panca la capra crepa
  • 3. Non lo so

Mentre i primi due punti sono degli scioglilingua, che mettono a dura prova le nostre capacità linguistiche e di dizione, il terzo punto è di una complessità totalmente astratta, che ha a che fare con la testa più che con la lingua.

L’incapacità nell’ammettere di non sapere è un limite dell’uomo – di radici antichissime – che Socrate acquisì solo negli ultimi momenti della sua esistenza.

Ma perché la dotta ignoranza, ovvero ammettere di non sapere, può aiutare in maniera diretta la professionalità?

Se non chiedi, non sai

Una persona – e quindi un professionista – che crede di sapere tutto ciò che c’è da sapere nel proprio campo, è una persona che difficilmente fa e si fa domande.

Fare una domanda vuol dire prima di tutto ammettere una lacuna nelle proprie conoscenze, condizione necessaria per fare nuove acquisizioni.

Ma le domande, allo stesso modo, sono il più importante strumento di sviluppo e miglioramento che abbiamo a disposizione.

Chiedere un’opinione è come aprire una finestra su una stanza, chiusa e buia, e lasciar entrare una boccata d’aria fresca e un raggio di sole.

Un piccolo atto di umiltà può così illuminarci un mondo sconosciuto fino a poco prima, fornirci un nuovo punto di vista su un vecchio problema.

Una tempesta di (nuove) idee

Essere convinti di avere la verità in tasca toglie spazio: è asfissiante per le idee di chi ti circonda, letale per la reciproca ispirazione e anestetizzante per la creatività del gruppo.

Il contrario dell’umiltà è l’autarchia: pensare di essere in grado di risolvere ogni problema per conto proprio, di avere nel proprio giardino tutti gli ingredienti per la ricetta perfetta.

L’umiltà di chiedere e di fare domande è un lubrificante per le idee, mette in circolo la conoscenza e valorizza l’eterogeneità di pensiero.

Lo sanno bene le aziende che fondano il loro processo creativo e decisionale sulla tecnica del brainstorming. Proposto per la prima volta nel 1957 da Alex Osborn, il brainstorming è un metodo che si basa sul presupposto che idea chiami idea e che, per una questione di probabilità, 5 persone che “producono” idee hanno più possibilità di trovare quella giusta.

 “Spesso le idee si accendono l’una con l’altra, come scintille elettriche.” 
Friedrich Engels

Al di là della statistica, stare seduti ad una democratica tavola rotonda fa bene allo spirito di gruppo e alle individualità, che si sentono considerate nel momento di prendere decisioni (soprattutto se questo riguardano il proprio lavoro).

Certo, non si può ricorrere al brainstorming per ogni singola decisione, ma quando si decide di farlo sarebbe bene rispettare alcune semplici regole:

  • tutte le opinioni hanno lo stesso peso, a prescindere dal ruolo
  • in un primo momento, non si scarta nessuna idea
  • non si giudicano le idee
  • bisogna esprimere la propria idea subito, di getto, prima che venga strozzata dalle inibizioni e dalle incertezze
  • in un secondo momento, si analizzano e filtrano le idee

Siamo realisti, esigiamo l’impossibile

Se dopo una vita dedicata alla conoscenza, Socrate ammise di non sapere, come possiamo noi anche solo pensare di possedere una comprensione totale di un argomento?

Produciamo e consumiamo così tante informazioni e novità che è impossibile ritenere di averne una cognizione completa e sempre aggiornata, anche se vi dedicassimo tutta la nostra giornata.

È molto più sensato e verosimile, ammettere che pur conoscendo bene un argomento, non siamo in grado di possedere tutta la comprensione a riguardo. Questo può succedere se siamo disposti al dialogo, magari con chi ne sa più di noi o con chi la pensa semplicemente in maniera differente.

 

 

Basterebbe, di tanto in tanto, aprire un’enciclopedia a caso per capire quant’è piccolo il nostro bagaglio di conoscenze rispetto alla stiva dello scibile umano.


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