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Non ci resta che umanizzare

Perché un brand dovrebbe avere delle caratteristiche umane? Per capirlo, bisogna fare un piccolo passo indietro, per capire cosa ci rende umani.

Le nostre imperfezioni fisiche, prendere decisioni facendoci guidare dalle emozioni, commettere errori e saper distinguere il bene dal male, essere in grado di proiettarci nel futuro e tenere fede a promesse e progetti, godere della compagnia degli altri e impegnarci in qualcosa di utile per la nostra società.

La lista potrebbe andare avanti per ore, ma il punto è semplice e richiede molte meno parole: in quanto umani (e quindi imperfetti), sentiamo il bisogno di comunicare ed interagire con i nostri simili, con altri umani che abbiano una storia alle spalle, dei pregi e dei difetti, delle aspettative e dei sogni.

Questa ricerca di empatia è alla base dell’umanizzazione dei brand che sta trasformando i più grandi marchi del mondo in amici, vicini di casa e perfino confidenti intimi.

Leggendo “Marketing 4.0” di Philip Kotler mi sono soffermato sul capitolo dedicato a questo argomento, sottolineando e prendendo appunti a margine. Il guru del marketing identifica 6 caratteristiche che un brand deve sviluppare, per poter essere considerato un “brand umano”. Potrebbe sembrare un tema scontato o perfino retorico, ma questa umanità oggi serve a tutti, alle aziende prima ancora che ai loro clienti.

Fisicità

I brand, proprio come persone, hanno delle caratteristiche fisiche ben definite. Quello che per gli essere umani sono il colore degli occhi e dei capelli, l’altezza e il peso, nel linguaggio del marchio si traduce in visual identity.

Questa identità visiva per un brand è composta da elementi come il logo, una palette di colori, un carattere tipografico ed altri componenti di design. In sintesi, la “fisicità” di un marchio è quell’insieme di fattori che lo rendono concreto e immediatamente riconoscibile agli occhi dei consumatori.

Tutti ricordiamo il baffo della Nike, il colore verde di Spotify, il simpatico signore con i baffi della Birra Moretti o la disposizione di un negozio H&M.

Intelletto

L’intelletto è la capacità di una persona (e quindi di un brand umano) di dare alla luce delle idee innovative e funzionali, in modo da superare ostacoli e affrontare delle criticità.

Le aziende veramente innovative sono in grado di trovare nuove soluzioni a vecchi problemi, spesso ricorrendo al supporto delle moderne tecnologie. Un esempio è Amazon, che attraverso i “locker” e le consegne coi droni, sta superando il classico problema dell’irreperibilità dei destinatari.

Socialità

Se è vero che “l’uomo è un animale sociale”, anche i brand che mirano ad umanizzarsi hanno bisogno di entrare in relazione con le persone. Creare un dialogo con il proprio pubblico non significa solo scambiare qualche tweet o stimolare interazione attraverso qualche sticker di Instagram.

Un grande esempio di brand che entra in relazione col proprio pubblico è Netflix. La società statunitense è molto sensibile alle critiche e ai pareri dei propri clienti, tanto da creare Bandersnatch, un episodio di Black Mirror in cui è l’utente a decidere l’evoluzione della storia.

Emotività

Ciò che più guida le scelte di un essere umano sono le sue emozioni. Di conseguenza, ciò che distingue un brand umano da tutti gli altri è la capacità di evocare queste emozioni. La gioia, la malinconia, la paura, l’umorismo…attraverso lo storytelling un brand può affrontare le emozioni più viscerali dell’uomo per creare una connessione.

Un esempio è la recente campagna di Wind, chiamata “Più Vicini”. Attraverso i suoi spot, il gestore telefonico tocca le corde del nostro animo che hanno a che fare con amicizia, amore, rimorso e impianto.

Affabilità

Essere umani significa anche avere dei difetti, e riuscire ad ammetterlo è una gigantesca sfida sia per noi che per i brand. Ma una persona (e un brand umano) che sia capace di riconoscere le proprie imperfezioni è una persona (o brand umano) più credibile e in grado di ispirare fiducia.

Un curioso esempio è quello della casa editrice Einaudi: prima sbaglia la copertina di un libro di Fante, poi fa mea culpa, infine ci scherza su con umorismo (nel frattempo la stampa con la copertina sbagliata va a ruba, come oggetto da collezione!).

Ecco l’errore e la soluzione di Einaudi.

Moralità

Ultima, ma non meno importante, la moralità: la capacità di una persona (o un brand umano) di possedere un’etica e di impegnarsi attivamente nella salvaguardia dei propri valori.

Negli ultimi anni il “corporate activism” prende piede tra le imprese più o meno grandi, in virtù della crescente sensibilità dei consumatori nei confronti dell’impegno dei brand sull’ecosostenibilità e l’attivismo sociale.

Ikea promette di essere totalmente eco-sostenibile entro pochi anni, H&M lancia una linea di capi d’abbigliamento eco-friendly e Gilette dichiara guerra alla mascolinità sessista del passato.

In conclusione, citando Kotler:

“il processo (di umanizzazione del brand) consiste nel portare in luce le ansie e i desideri latenti dei consumatori attraverso l’ascolto sociale, la netnografia e la ricerca empatica”.

Questo processo porterà ad un risultato win-win per brand e consumatori. I brand diventeranno portatori di emozioni e valori sani, nonché attivisti sociali e promotori di politiche eco-sostenibili. I consumatori potranno abbracciare la filosofia del brand, sentirsi parte di un gruppo mosso da scopi nobili e continuare ad acquistare in maniera più consapevole.

In copertina l’artwork di Anita Molnar

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Come scrivere la pagina “About”

Come scrivere la pagina “About”

Partiamo da un presupposto tanto importante quanto sottovalutato: la pagina Chi siamo (o About us), è la sezione del tuo sito che viene visitata di più, seconda solo alla Homepage.

Allo stesso tempo, purtroppo, tale pagina è anche quella con il più alto tasso di “fughe premature” da parte degli utenti. Cosa vuol dire questo?

Vuol dire che chi si trova sul tuo sito, magari atterrando sulla Home, ci tiene a conoscere il volto e la storia di chi è dietro al sito stesso, o all’azienda all’interno descritta.

Vuol dire che, prima di decidere se entrare o meno in contatto con te, il visitatore vuole avere maggiori informazioni sul tuo progetto e sul tuo modo di fare le cose.

Un aspetto da non sottovalutare, in un periodo storico di spioni digitali, durante il quale prima di entrare in contatto con chicchessia, preferiamo fare una capatina sul profilo social e farci un’idea preliminare.

Ma perché così tanti utenti scappano a gambe levate dalle pagine Chi siamo?

La risposta è piuttosto semplice: mettiti nei panni di un utente che è in cerca, per esempio, di un qualsiasi prodotto o servizio. Dopo dozzine di pagine Chi siamo tutte uguali, anonime e noiose, si ritrova frastornato e sbadigliante di fronte alle solite quattro definizioni striminzite.

 

“Siamo leader del settore, abbiamo un know-how collaudato, siamo affidabili e flessibili.”

 

Nessuno vuole mettere in dubbio che l’azienda che si descrive in questo modo abbia realmente queste caratteristiche. Non stiamo parlando di contenuto, ma di forma.

Descrizioni pompose ed auto-celebrative hanno due difetti principali:

 

  • Sono poco interessanti, se non addirittura soporifere
  • Causano nel lettore una sorta di diffidenza istintiva. Pensa se, nel conoscere una persona nuova, questa si presentasse elogiando le proprie presunte virtù e competenze.

 

A nessuno piace chi tira l’acqua al proprio mulino.

Il risultato? Nel giro di due secondi perderai un visitatore e un potenziale cliente.

Come fare a raccontare te e il tuo progetto, in modo da catturare l’attenzione del tuo visitatore e magari incuriosirlo?

Parliamo di alcuni degli aspetti che prendo in considerazione nel momento in cui scrivo una pagina Chi siamo:

Il pubblico

Come per tutte le forme di comunicazione, il target di riferimento è uno degli aspetti più importanti di cui tener conto. Sono attento a scrivere la descrizione dell’azienda, del professionista o del progetto in un linguaggio coerente con i futuri lettori.

La storia

Per raccontare la propria storia (fare il cosiddetto storytelling) non bisogna essere un grande brand, famoso e con milioni di fatturato.

Ognuno di noi ha una storia che merita di essere raccontata, un percorso e delle origini che ci rendono unici. Il mio lavoro è quello di raccontare la tua storia, in modo da dare rilievo alle caratteristiche che ti rendono umano e ti avvicinano al tuo pubblico.

La verve

Come detto prima, la maggior parte delle persone che arriva sulla pagina Chi siamo lo fa perché vuole sapere qualcosa di più sulle tue idee e la tua storia.

Ciò non toglie che anche il lettore più coraggioso e tenace può vacillare, messo davanti ad un blocco di parole e una sequenza di date astratte.

Ad esempio:

NO – L’azienda è stata fondata nel XXXX, nel XXXX abbiamo acquistato nuovi macchinari, nel XXXX ci siamo trasferiti a…

SI – Siamo nati nel XXXX come un piccolo gruppo di affiatati collaboratori e oggi, nonostante i numeri siano cresciuti, rimaniamo fedeli ai valori che ci hanno portato fino a qui…

In conclusione, la presentazione deve essere il più possibile simile a quella tra due persone che si incontrano e si raccontano, priva di termini impersonali e di concetti autoreferenziali.

 

Una comunicazione tra persone, non tra aziende.

 

Un’ occasione per parlare direttamente alla pancia dei tuoi potenziali clienti e magari, perché no, guadagnare la loro fiducia.

Ecco alcuni esempi di presentazioni davvero originali ed interessanti:

Google – La società
Altervista – Chi siamo
Nielsen Norman Group – History

Questa è la mia pagina about.

Per maggiori dettagli su come scrivere una pagina “About” che susciti interesse, parliamone!


Dai un’occhiata agli ultimi post

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Bufale sul web

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Bufale sul web

Se le (ri)conosci, le eviti

Quando si parla di bufala ci si riferisce ad una notizia falsa, interamente o parzialmente, che non presenta fonti attendibili e/o confutabili.

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Vi sarà capitato, girovagando tra web e Social Network, di imbattervi nell’immagine postata qui sopra, magari corredata da un appello scritto a lettere cubitali che invoca pietà e indignazione nei confronti di questi poveri gattini e, allo stesso tempo, vendetta e punizioni per l’artefice di questa tortura.

Ecco, questa è la bufala che prenderemo in esempio, una tra le migliaia di bufale che viaggiano indisturbate per il web, nonché una delle prime, per capire come sono fatte, come scoprirle e perché è fondamentale farlo.

La storia di bonsaikitten.com

Nel 2000, un gruppo di studenti del M.I.T., pubblicò il sito bonsaikitten.com, il quale riportava le istruzioni per poter allevare dei gatti in recipienti di vetro, facendo in modo che prendessero la forma proprio del contenitore, esattamente come per i famosi alberi bonsai della tradizione giapponese.

Inutile dire che molte persone, senza preoccuparsi di controllare la veridicità della notizia né le rispettive fonti, gridarono allo scandalo, mobilitando addirittura associazioni animaliste e dando vita ad un movimento online per suscitare l’indignazione dell’opinione pubblica.

In questo semplice ma ben congegnato scherzo da ragazzi, c’è l’essenza di quella che è una bufala sul web e della gigantesca portata che può assumere .

Di scherzi ben studiati e ben riusciti ce ne sono stati a bizzeffe, anche prima di internet, e ne sanno qualcosa i ragazzi delle teste di Modigliani, che fecero sorridere tutta Italia e arrossire di imbarazzo qualche accademico.

E allora come mai una bufala online non deve essere sottovalutata, ma bisogna bensì impegnarsi affinché venga smascherata?

Una delle caratteristiche che fanno dell’internet il meraviglioso posto quale esso è, risiede nella possibilità di dare a tutti un modo per esprimersi e comunicare i propri pensieri e la propria creatività.

Troppo spesso però, questo potentissimo mezzo viene messo alla mercé non solo di goliardiche intenzioni, ma anche di subdoli progetti che mirano a diffondere volutamente disinformazione, paura e diffidenza.

È il caso delle tante bufale nate negli ultimi anni che riguardano le problematiche più disparate, dalla politica alla medicina, dall’immigrazione alla religione.

Notizie fasulle, come quelle sui presunti studi che collegherebbero i vaccini all’autismo, o di una mortale quanto inesistente calamità naturale dall’altra parte del mondo, sono solo alcuni esempi.

Informazioni messe in circolo a caccia di un click o una condivisione, nella più blanda delle ipotesi. Non di rado però, la bufala è la via più veloce e virale con la quale attirare l’attenzione nei confronti di un determinato argomento, sfruttando i potenti metodi di condivisione e riproduzione messi a disposizione dal web e in particolare dai Social Network.

Una volta innescata la scintilla, la bufala attinge alle paure e le preoccupazioni di chi, senza controllarne provenienza e riferimenti, la condivide e ne fa una scheggia impazzita e virale per il web.

Così, mentre la notizia (falsa) che Nostradamus avesse previsto gli attacchi a Parigi può stupire, la notizia (falsa) che un dirigente scolastico avrebbe vietato il crocefisso nella scuola può indignare, ci sono notizie bufala che possono gettare benzina su incandescenti questioni di fondamentale importanza, come la guerra in medio-oriente, Isis e immigrazione.

Come si fa, allora, a smascherare una bufala?

Per smascherare una bufala potrebbero essere sufficienti le più normali accortezze dettate dal buon senso.

E’ importante, prima di dare per vera una notizia e quindi condividerla (sul web ma anche nella vita reale), porsi queste domande:

  1. Chi ha pubblicato la notizia?
    Una testata giornalistica o una pagina d’ informazione conosciuta e che normalmente genera contenuti attendibili?
    La pagina di “Repubblica” è, in linea di massima, più attendibile di un’ignota www.pincopallino.it.
  2. Chi l’ha condivisa?
    E’ una pagina/persona/organizzazione affidabile, esperta nell’argomento di cui tratta la notizia?
  3. Sono citate delle fonti? Quante? Sono attendibili?
    Parlare di un medicinale inutile o dannoso e citare come fonte l’O.M.S. può essere sintomo di affidabilità di una notizia. Citare il blog di un opinionista no.
  4. Qualcuno ha già confutato la notizia?
    Un altro sito o un esperto dell’argomento ha detto la sua riguardo alla notizia, motivando la sua opinione e apportando valide fonti?
  5. La notizia è plausibile?
    Certo, con gli enormi progressi della tecnologia e della medicina, la linea tra credibile e incredibile è molto sottile, ma di un gattino che cresce in una bottiglia di vetro si può senza sforzo dubitare, no?

Questa è una lista ovviamente non esaustiva, ma che affiancata ad una buona dose di intelligenza critica e di buon senso può evitare la diffusione ( se non la nascita) di una bufala che potrebbe avere effetti pericolosi.

Fortunatamente, di pari passo alla nascita di nuove e sempre più fantasiose bufale, sono nati anche siti e pagine social che mirano smascherare le notizie fasulle che girano in rete. Ne sono un esempio pagine come Bufale un tanto al chilo e Bufale.net, ormai da anni in prima linea nell’agguerrita battaglia contro bufale e clickbait.

 

Search engine optimiazion
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Search Engine Optimization

Search engine optimiazion

Search Engine Optimization

I’ts a long way to the top

SEO è l’acronimo di Search Engine Optimization, ossia “ottimizzazione per i motori di ricerca”. Ma cosa vuol dire precisamente?

I motori di ricerca negli ultimi anni sono diventati una sorta di pozzo infinito di conoscenza. Ci rivolgiamo a loro per ogni curiosità, dubbio o informazione che abbiamo bisogno di soddisfare.

Le statistiche dicono che, solo in Italia, il 90% di chi usa regolarmente internet si rivolge quotidianamente ai motori di ricerca per trovare ciò di cui ha bisogno.

E allora ecco che i motori di ricerca diventano una vera e propria porta di accesso per il web: basta digitare poche semplici parole in quella barra bianca e ci troviamo subito catapultati in uno spazio di miliardi di dati.

Questa miriade di dati sarebbe oltremodo dispersiva, presentata così com’è ad utente. Ecco perché esistono le SERP (Search Engine Results Page – Pagina dei risultati dei motori di ricerca).

pearljamserp

La SERP quindi non è altro che una pagina di risultati per una determinata parola chiave (detta keyword, in questo caso “Pearl Jam”). La SERP comprende diversi tipi di risultati: siti web, immagini, video e altro ancora.

La domanda quindi è: in base a quale criterio viene deciso l’ordine in cui i risultati sono ordinati?

La risposta è molto semplice: SEO!

Google (che utilizziamo come esempio perché il motore di ricerca più usato al mondo) si serve di programmi (chiamati crawler o spider) che passano tutto il giorno ad analizzare i siti web online.

Ecco una lista breve e assolutamente non esaustiva di ciò che Google analizza al fine di analizzare un sito:

  • Il dominio del sito e la sua longevità
  • l’URL del sito
  • il traffico di visitatori
  • la struttura html
  • la presenza e la ricorrenza di determinate keyword
  • il tempo di permanenza degli utenti
  • … e molto molto altro

SEO: posizionamento organico o AdWords

È comprensibile fare confusione tra SEO e una campagna AdWords. Entrambe fanno parte della stessa famiglia chiamata SEM (Search Engine Marketing), ma presentano delle sostanziali differenze.

L’obiettivo della SEO è dunque quello di costruire e gestire un sito in modo che i motori di ricerca lo trovino interessante e utile, così da indicizzarlo e posizionarlo tra i primi risultati della SERP.

Una campagna AdWords consiste, detto in soldoni, nell’acquistare uno “spazio” in cima ai risultati delle ricerche. Il costo dipende dalla concorrenza sulla keyword scelta: ovviamente comprare un posto per la keyword “assicurazione auto” sarà più costoso che per una keyword come “albergo Poggibonsi”. La prima è una ricerca molto più comune e quindi ci saranno molti più concorrenti in lizza per il primo posto.

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Una campagna AdWords è ovviamente limitata nel tempo e il suo costo dipende appunto dal periodo e dalla concorrenza per quella determinata parola chiave. La SEO è invece un’insieme di tecniche che mira ad ottenere il posizionamento nei primi posti dei risultati senza dover pagare.

SEO: perché è fondamentale?

Perché il 91% di chi fa un ricerca su Google si ferma alla prima pagina dei risultati. Il 4% degli utenti si spinge fino alla seconda pagina, meno dell’1% osa arrivare alla terza.

Ecco da dove nasce il detto “il miglior posto dove nascondere un cadavere è la seconda pagina di Google”.

Facciamo un breve esempio, per capire meglio.

Supponiamo di voler mettere online il sito del nostro negozio di scarpe con sede a Poggibonsi (lo ammetto, mi piace il suono di questa parola).

Dall’altra parte c’è un signor Pino qualunque, residente proprio a Poggibonsi, che è alla ricerca di un paio di scarpe per il matrimonio di sua figlia.

Il signor Pino non conosce un negozio di scarpe ben fornito nella zona, quindi si rivolge a Google, e chiede: negozio di scarpe Poggibonsi.

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Probabilmente nei primi risultati ci saranno dei siti che hanno pagato Google per esser lì, e che riportano la dicitura “annunci”. Ma questo ora non ci interessa, noi vogliamo essere nei primi risultati senza dover pagare Big G.

In questo caso, l’applicazione delle regole SEO ci viene in aiuto.

Quando gli spider di cui sopra passeranno per il nostro sito, troveranno una struttura html ottimizzata, la keyword “scarpe Poggibonsi”, dei contenuti testuali interessanti, dei collegamenti ai social funzionanti ecc ecc, non potranno far altro che ritenere il sito utile per gli utenti e quindi proporlo tra i primi risultati della SERP.

Certo, la SEO non è una scienza lineare ed esatta, e i fattori che influenzano il posizionamento sono centinaia, come puoi vedere in questa lista di aspetti importanti per il posizionamento.

Ciò non toglie che presentare a Google un sito ottimizzato, accessibile (anche alle persone non vedenti) e attendibile, ci renderà la vita molto più semplice nella corsa al posizionamento.

Questa è ovviamente solo un’introduzione all’intrigato e complicato mondo dei motori di ricerca, delle SERP e della SEO.

danielesignoriello-copywriter-ghostwriting
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Ghostwriting

danielesignoriello-copywriter-ghostwritingGHOSTWRITING

The Dark Side of Writing

No, il ghostwriting non è l’atto di scrivere storie di fantasmi. Ehm, no, non significa nemmeno far scrivere un articolo a qualcuno che non c’è più servendosi di un medium.

Per quanto possa essere straordinaria l’idea di riesumare i grandi scrittori del passato, il ghostwriting è tutta un’altra cosa. Si tratta di scrivere dei testi, per qualcun altro, senza prendersene il merito.

Ok, detta così suona male e poco vantaggiosa. Sembra di esser tornati alle medie, quando il bullo della classe ti costringeva a fare i suoi compiti ed in cambio di permetteva di vivere un giorno in più senza un livido sull’occhio.

In realtà il ghostwriting è un’ottima soluzione per tanti professionisti che non vivono di parole ma che necessitano di esporre un concetto nella maniera più chiara e corretta possibile.

Un ghostwriter è utile, ad esempio, al personaggio pubblico che vuole pubblicare la sua biografia, al politico che vuole scrivere un discorso di impatto, all’azienda che vuole redigere un nuovo company profile.

Al ghostwriting ricorrono spesso anche professionisti della parola, come scrittori e musicisti, editori scientifici e giornalisti.
Le critiche, in questo caso, piovono a dirotto, come quando iniziò a girare la voce che il re della narrativa horror, Stephen King, si servisse di scrittori fantasmi per i suoi ultimi lavori.

Tralasciando i problemi di natura morale, avere la possibilità di farsi scrivere (o riscrivere) un testo da un professionista è un grande sollievo per tante persone, tra cui:

  • chi non ha tempo per scrivere

  • chi non ha voglia di scrivere

  • chi non si sente all’altezza di scrivere

  • chi ha scritto, ma vorrebbe una revisione

  • chi ha tante idee, ma non sa come e da dove cominciare

  • chi è a corto di idee

Come visto, non c’è infamia e non c’è vergogna nel chiedere a qualcun altro di scrivere un testo e poi firmarlo. D’altronde, siamo abituati a rivolgerci all’idraulico per un problema di idraulica, perché non dovremmo rivolgerci ad uno scrittore per un problema di… scrittura?

Se sei curioso di sapere cosa e come posso scrivere per te e la tua attività, mandami un messaggio e parliamone.

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Il contenuto è…acqua

NEW-WEBWRITING-DANIELESIGNORIELLO

Il contenuto è …acqua

Come si scrive, ma soprattutto come si legge nell’era dei dispositivi mobile?

È il lontano 1996 quando Bill Gates, padre di una delle imprese più influenti della storia dell’umanità, viene fuori con una dichiarazione che lascia un po’ tutti a bocca aperta: Content is king, il contenuto è re.

In un discorso che ha del preveggente e che puoi trovare integralmente in questo articolo del sito di Penna Montata, si parla del futuro di internet e dell’importanza per le aziende di creare contenuti di intrattenimento per i propri utenti. Non un semplice copia e incolla di materiale preso “offline”, ma contenuti approfonditi e adatti alle peculiarità del web.

Contenuti nuovi, originali e utili portano attenzione nei confronti dell’azienda, creano un legame con gli “spettatori”. La massiva mole di pubblicità alla quale siamo sottoposti su tutti i media, nuovi e tradizionali, ci causa ormai una sorta di rigettoIl vecchio e autoreferenziale modello in stile televendita, con un presentatore sorridente che elenca meccanicamente le qualità di un prodotto, non funziona più.

Sul web, questo discorso assume un’importanza ancor più rilevante, soprattutto grazie alle potenzialità e alla diffusione del mezzo comunicativo.

Il contenuto deve sottostare a delle regole ben precise, che hanno a che vedere poco con i classici media come TV o giornali. Il web è una vera e propria onda (e il termine navigare non è mai stato così adeguato), il suo linguaggio è costituito da codici nuovi e fortemente influenzati da mode passeggere e nate proprio nella rete.

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Come si creano allora dei contenuti interessanti e che allo stesso tempo rispettino le peculiarità della lettura sul web?

Ecco alcuni esempi:

La piramide rovesciata

No, non è un simbolo massonico né l’ultima trovata di un eccentrico architetto giapponese.
Si tratta semplicemente di mostrare la notizia o il punto focale di un post/articolo nella prima parte del contenuto. In questo modo, il lettore che è alla ricerca di un’informazione, troverà quello che cercava, pronto e servito.
Nelle righe successive troverà i dettagli della notizia, gli approfondimenti e tutte le informazioni correlate.

Le liste puntate

Mettere in ordine, una sull’altra, i punti importanti di una lista, piace alle persone ossessivo-compulsive ma anche a Google.
Una lista puntata è uno strumento potente per presentare delle informazioni in modo chiaro e pulito, in modo da renderle rintracciabili al lettore con un colpo d’occhio.
Le liste puntate hanno anche l’utilità di spezzare la monotonia del testo e renderlo meno monolitico.

Le bandierine

Ammettiamolo, la lettura di un articolo o di un post tramite un dispositivo mobile non è proprio una lettura. Si tratta più che altro di scandagliare la pagina fino a quando il nostro occhio non viene catturato da qualcosa di interessante, che può essere una lista puntata, un’immagine o un grassetto.
In questo articolo sulle modalità di lettura sul web, il guru dell’usabilità Jakob Nielsen parla di una lettura a F dei contenuti testuali presenti su una pagina.
L’occhio cade prima di tutto sul titolo principale, per poi concentrarsi sui vari titoletti e sulle “bandierine sparse”, come ad esempio:

  • parole in grassetto
  • link
  • immagini
  • titoletti dei paragrafi
  • liste puntate

Questa modalità di lettura (o scandagliamento) è dovuta alla difficoltà di fruizione di un contenuto tramite dispositivo mobile, a causa della grandezza e da altri fattori peculiari del dispositivo.

Il discorso è molto più ampio, ovviamente, per questo motivo sono a disposizione per approfondirlo insieme: parliamone.

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SEO Copywriting

immagine-seocopywriting-danielesignorielloSEO Copywriting

La scrittura che piace agli utenti e che strizza l’occhio ai motori di ricerca

Prima di parlare di SEO Copywriting , una precisazione: Search Engine Optimization non significa far piacere esclusivamente a Google, ma quello di Cupertino è il motore di ricerca più utilizzato al mondo, possiamo quindi prenderlo come punto di riferimento senza temere di offendere nessuno.

La SEO è quell’insieme di tecniche che mira a posizionare un sito tra i primi risultati dei motori di ricerca. Fare SEO significa “giocare” con una miriade di sfaccettature: dalla corretta progettazione e programmazione di un sito alle pratiche di link buildingpassando per la creazione di contenuti utili e soprattutto originali.

Per maggiore precisione sui fattori che influenzano il posizionamento delle pagine sui motori di ricerca, rimando a questa precisa lista del sito specializzato Backlinko.

In questa lista compaiono i più disparati aspetti tecnici, come ad esempio:

  • la longevità del dominio
  • la composizione e la lunghezza degli URL
  • la velocità di caricamento delle pagine
  • l’ottimizzazione delle immagini
  • la qualità dei link presenti nelle pagine
  • e molto molto altro

Per fortuna degli utenti (ma anche di chi i contenuti li crea), i motori di ricerca hanno perfezionato i loro algoritmi in modo da premiare, tra le altre cose, i siti che presentano contenuti freschi e autentici, utili e apprezzati dagli utenti.

Per questo motivo è necessario creare contenuti che siano prima di tutto apprezzabili dagli utenti, ma che abbiano caratteristiche riconosciute valide anche da Big G e i suoi crawler.

Ma cosa significa precisamente fare Seo copywriting e scrivere contenuti che strizzino l’occhio a Google?

Significa impegnarsi a redigere contenuti utili e facilmente fruibili, che verranno visualizzati tramite lo schermo di un computer oppure, come accade sempre più spesso negli ultimi tempi, attraverso lo schermo di un dispositivo mobile, rispettando regole ben precise

Agli utenti (e quindi a Google), non piace trovarsi di fronte a monolitici blocchi di testo o perdere tempo a cercare informazioni e link nascosti da qualche parte nella pagina. Liste puntate, grassetti e link sono solo alcuni dei trucchetti che un SEO Copywriter può utilizzare per rendere il testo più appetibile e meno spaventosamente impegnativo.

 

Per fare due chiacchiere sul SEO Copywriting e su qualsiasi dubbio sulla scrittura orientata alla SEO, non esitare a contattarmi e… parliamone.

 

 

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