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Quattro Libri per Aspiranti Copywriter
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Quattro Libri per Aspiranti Copywriter

Quattro Libri per Aspiranti Copywriter

Attenzione, questa non è la solita lista di libri per aspiranti copywriter: non ci sono manuali pratici né grandi nomi della pubblicità italiana o internazionale. All’interno di questa lista non trovano spazio tutte quelle guide – nate come funghi negli ultimi anni – che pretendono di spiegare in un centinaio di pagine come si diventa scrittori, narratori e copywriter.

Quindi, se è un manuale pronto all’uso ciò che stai cercando, mi spiace ma questo non è il posto giusto. Nei volumi che seguono, non troverai nessuna verità oggettiva, nessun prontuario da seguire alla lettera né tanto meno la formula definitiva per scrivere testi che tengono il lettore incollato alle tue parole.

Più onestamente, gli scrittori di questa lista hanno tracciato una linea, un percorso ideale che ci permette di comprendere – che è il primo passo per padroneggiare – la complessa arte di scrivere brani che catturino, coinvolgano e magari convincano i nostri lettori.

Rompiamo gli indugi e andiamo dritti al cuore del nostro argomento, scopriamo i consigli di autori che, più o meno consapevolmente, hanno condiviso con noi la loro visione della narrativa e quindi, in maniera indiretta, del copywriting.

Perché che cos’è il copywriting, se non una forma pubblicitaria di narrazione?

1 – “Lezioni americane” di Italo Calvino

Le Lezioni americane – sei proposte per il prossimo millenniorappresentano l’ultimo lavoro di Italo Calvino, che le realizzò in vista di una conferenza che avrebbe dovuto tenere presso la famosa università di Harvard. Purtroppo Calvino si spense prima, la conferenza non ebbe mai luogo e l’opera venne pubblicata postuma.

Le sei lezioni (leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e coerenza) rappresentano un testamento involontario, attraverso il quale l’autore italiano lascia ai posteri la sua visione della narrativa e della poetica.

Un testo ricco di citazioni, riferimenti e spunti in cui Calvino tenta la coraggiosa impresa di individuare i valori della letteratura di qualità, quelli da tenere al riparo e preservare dall’incontrollabile metamorfosi sociologica e tecnologica che rischiava (parliamo dei anni ‘80) di snaturare il modo di concepire la comunicazione e la letteratura.

Un libro attuale e utile più che mai, sia per chi voglia cimentarsi nell’avventurosa attività della scrittura, sia per chi voglia semplicemente avere una panoramica sulle virtù indispensabili alla narrativa di qualità.

2 – “Grammatica della Fantasia” di Gianni Rodari

Saltiamo da un caposaldo della letteratura italiana all’altro e ci concentriamo su uno dei testi “must read” per amanti e professionisti della creatività e dell’insegnamento: la “Grammatica della Fantasia” di Gianni Rodari.

Il libro, pubblicato nel 1973 col sottotitolo “Introduzione all’arte di inventare storie”, è un piccolo compendio nato con l’obiettivo di “parlare dei processi della fantasia e delle regole della creazione per renderne l’uso accessibile a tutti.”

Lo scrittore di Omegna, autore di centinaia di racconti e favole, rivolge questo il suo saggio a chi, per motivi personali o lavorativi, si trovi ad avere a che fare con i bambini e le loro attività creative.

Si tratta di un libro per bambini allora? No, e lo chiarisce proprio Rodari: “il processo creativo è insito nella natura umana ed è quindi, con tutto quel che ne consegue di felicità di esprimersi e di giocare con la fantasia, alla portata di tutti.”

La “Grammatica della Fantasia” è una lettura estremamente fruttuosa, che tu voglia incoraggiare lo spirito creativo di un bambino o riscoprire la capacità – a volte intorpidita nell’adulto – di creare e scrivere storie fantastiche.

3 – “Come si scrive un racconto” di Gabriel García Márquez

Prima che la formula “how to” invadesse librerie e bacheche social, Gabriel García Márquez ci fede dono del suo “Come si scrive un racconto”, una raccolta di consigli per aspiranti scrittori e narratori.

Erano gli anni ‘90, il premio Nobel colombiano-messicano stava tenendo un laboratorio di sceneggiatura in Messico, quando l’emittente televisiva gli chiese 13 storie d’amore ambientate in America Latina. Márquez raccoglie i suoi “discepoli” e chiede loro di realizzare le 13 storie: il libro è un’analisi precisa del processo creativo di un racconto, durante la quale il Maestro e i suoi allievi si confrontano su forma, contenuti e struttura di una trama narrativa.

Il risultato è un testo che ci porta a spiare dal buco della serratura l’anatomia del racconto, come se fossimo stati anche noi in quell’aula, come se avessimo avuto anche noi per docente il grande scrittore latinoamericano.

4 – “The Sense of Style” di Steven Pinker

Arriviamo all’elemento della lista con una struttura più manualistica, scritto dallo scienziato cognitivo e professione di psicologia all’Università di Harvard Steven Pinker: The Sens of Style.

Il sottotitolo di questo testo del 2014 la dice lunga sulle intenzioni di Pinker: the thinking person’s guide to writing in the 21th century”. Non si tratta di un manuale di narrativa, né tanto meno di un trattato sulla scrittura creativa. Pinker ci presenta invece un’opera più complessa, un saggio di linguistica pensato per autori di testi scientifici, tesi e relazioni, che però torna senz’altro utile anche a scrittori creativi e narratori in cerca di dare un movente razionale alla scelta delle proprie parole.

Il libro è reperibile solo in lingua inglese e riserva l’ultimo capitolo proprio alla scrittura anglosassone, è quindi molto utile se devi scrivere testi in inglese.

Come promesso, nella lista non hanno trovato spazio libri specialistici del copywriting e dello storytelling, che comunque posseggono una grande valore intrinseco e rappresentano letture più che benefiche per aspiranti scrittori. Penso ad esempio a “La parola immaginata” di Annamaria Testa, a “Scripta Volant” di Paolo Iabichino e “Il mestiere di scrivere” di Luisa Carrada.

Ma se vuoi fare della scrittura creativa il tuo mestiere, sei “costretto” ad andare oltre, uscire dalla chimera del manualistica onnisciente e imparare a rubare dai migliori.

Ecco perché un buon scrittore dovrebbe essere prima di tutto un ottimo lettore. Allora potresti cominciare a rubare lo stile e l’eleganza di F.S. Fitzgerald, la verve tagliente di Ernest Hemingway, l’immaginazione fantastica di Philip K. Dick, la raffinata suspense di E.A. Poe, il ritmo frenetico di Jack Kerouac e avanti fino all’infinito…

le leggi della simplicità
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Piccola Guida alla Semplicità

Piccola Guida alla Semplicità 

Cominciare a scrivere riguardo alla semplicità può essere un lavoro davvero complesso. Catturare il senso di un argomento così sfaccettato è un’impresa che può farti cadere nell’estrema esemplificazione, oppure sprofondare in un inutile groviglio di concetti (sarebbe il colmo, no?).

Allora comincerei col mettere le cose in fila, come a scuola si affronta un argomento del tutto inedito. Ci si avvicina attraverso una definizione, lo si aggira esaminandolo da diverse angolature e lo si imprime con una citazione colta e lapidaria.

Procediamo con la “santa trinità” dell’apprendimento quindi: definizione, descrizione e citazione.

Una definizione di Semplicità

La Semplicità (d’ora in avanti con la S maiuscola, come si addice ai nobili argomenti), è definita così dai grandi prontuari italiani:

  • il Corriere della Sera definisce la Semplicità come “naturalezza, spontaneità, sobrietà” e poi come “chiarezza, concisione nell’espressione scritta e orale”
  • La Repubblica parla della Semplicità come della “mancanza di complessità, di difficoltà” e anche qui si torna sulla “schiettezza, naturalezza, sincerità”
  • Wikipedia osa e azzarda una definizione più precisa, per la quale il termine Semplicità “è riferibile a qualcosa che è fisicamente costituita da uno o da un numero minimo di elementi essenziali tali da renderla facilmente comprensibile nella sua struttura e agevolmente riproducibile.”

Insomma la Semplicità sarebbe qualcosa che ha a che fare col naturale e lo spontaneo, un ‘entità onesta ed essenziale, facile da digerire e alla portata di tutti. A parlarne così, sembra quasi che la Semplicità sia la cosa più democratica del mondo. E forse lo è.

C’è chi è addirittura arrivato ad innalzare la Semplicità a sinonimo di verità, o quantomeno a proporre la prima come mezzo infallibile per arrivare alla seconda. Il filosofo francescano Guglielmo di Ockham nel XIV secolo postulò: “a parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire”.

Citazioni sulla Semplicità

Il riferimento alla democrazia della Semplicità deriva dalla sua trasversalità: ogni aspetto della nostra vita può essere (o non essere) semplice, ogni gesto e ogni atto creativo ha l’opportunità – se non il potere – di rispettare le regole della semplificazione.

Ecco perché ho scelto una manciata di citazioni, ciascuna pensata come ispirazione e invito a migliorare le capacità semplificative, a prescindere dall’ambito d’azione, status o ruolo.

La Semplicità per chi si perde nei dettagli:
La nostra vita è trascinata via dai dettagli… Semplificare, semplificare.”  (Henry David Thoreau)

La Semplicità per gli innovatori:
Questo è uno dei miei mantra: concentrazione e semplicità. Il semplice può essere più forte del complesso. Devi lavorare duro per pulire il tuo pensiero e renderlo semplice. Ma alla fine ne vale la pena perché una volta ottenuto ciò, puoi spostare le montagne.” (Steve Jobs)

La Semplicità per gli scrittori:
Un giorno troverò le parole giuste, e saranno semplici.” (Jack Kerouac)

La Semplicità per gli insegnanti:
Se non riesci a spiegarlo a un bambino di 6 anni, non l’hai capito nemmeno tu.” (Albert Einstein)

La Semplicità per chi cerca la verità:
Niente è vero, tranne ciò che è semplice.” (Johann Wolfgang von Goethe)

La Semplicità per gli istrionici:
Che fine ha fatto la semplicità? Sembriamo tutti messi su un palcoscenico, e ci sentiamo tutti in dovere di dare spettacolo.” (Charles Bukowski)

La Semplicità per i creativi:
La perfezione si ottiene non quando non c’è più nulla da aggiungere, ma quando non c’è più niente da togliere.” (Antoine de Saint-Exupéry)

La Semplicità per gli amanti del paradosso, con un pizzico di ironia:
La semplicità non è una cosa semplice.” (Charlie Chaplin)

La Semplicità per i designer:
La semplicità è sottrarre ciò che è ovvio ed aggiungere ciò che è significativo.” (John Maeda)

Maeda e “Le leggi della Semplicità”

L’ultima citazione, di John Maeda, è un pretesto per parlare de “Le Leggi della semplicità”, libro pubblicato proprio dall’autore statunitense nel 2006. Un piccolo manuale teorico/pratico sull’importanza di semplificare i processi del design e su come riuscirci.

John Maeda è laureato presso l’illustre Massachusetts Institute of Technology, è riconosciuto come uno dei creativi più influenti degli ultimi decenni e fa parte – tra le altre cose – di Automattic, l’azienda che ha realizzato WordPress.

Le leggi della Semplicità è un trattato di circa 100 pagine, frutto di anni di ricerche ed esperienza nel campo del design, in cui Maeda colpisce dritto al cuore della complessità digitale e tecnologica del nostro secolo, invitandoci ad abbracciare una concezione “più significativa” della nostra vita creativa.

Ecco, in breve, le dieci leggi:

  1. Riduci. Il modo più semplice per conseguire la semplicità è attraverso una riduzione ragionata.
  2. Organizza. L’organizzazione fa sì che un sistema composto da molti elementi appaia costituito da pochi.
  3. Tempo. I risparmi di tempo somigliano alla semplicità.
  4. Impara. La conoscenza rende tutto più semplice.
  5. Differenze. La semplicità e la complessità sono necessarie l’una all’altra.
  6. Contesto. Ciò che sta alla periferia della semplicità non è assolutamente periferico.
  7. Emozione. Meglio emozioni in più, piuttosto che in meno.
  8. Fiducia. Noi crediamo nella semplicità.
  9. Fallimento. Ci sono cose che non è possibile semplificare.
  10. L’unica. Semplicità significa sottrarre l’ovvio e aggiungere il significativo.

John Maeda continua ancora oggi a farsi promotore di un design più semplice ed etico, attraverso il suo sito e una serie di illuminanti discorsi al pubblico.

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Brand Storytelling e le Carte di Propp

Brand Storytelling e le Carte di Propp

Un’azienda è come una persona, ha i suoi pregi e i suoi difetti, i punti forti e i punti deboli, le difficoltà e le potenzialità. E proprio come per le persone, ogni azienda ha una storia, che la rende unica al mondo.

Una storia spesso fatta di successi e insuccessi, difficoltà ed opportunità, sfide complesse e rocambolesche avventure. Ecco perché la narrazione d’azienda (brand storytelling) è da sempre uno strumento potentissimo per i brand che vogliono arrivare al cuore del proprio pubblico.

Raccontare una storia in cui le persone possano rivedere la propria, per un’azienda significa stimolare i più importanti meccanismi che ci spingono a preferire un prodotto rispetto ad un altro: l’empatia e l’identificazione.

Quando una persona rivede le sue paure, le sue speranze e le sue difficoltà all’interno di una narrazione d’azienda, probabilmente sarà più sensibile alla comunicazione del brand, perché in essa riconosce dei valori comuni. Gli individui possono identificarsi con gli eroi dello storytelling aziendale, oppure guardare a loro come a delle figure di ispirazione, da cui trarre lo stimolo e la forza per affrontare il proprio viaggio dell’eroe.

Il viaggio dell’eroe

Il cosiddetto “viaggio dell’eroe” è uno schema classico, proposto nell’omonimo libro dallo sceneggiatore della Disney Christopher Vogler, che individua alcuni elementi ricorrenti all’interno di una narrazione.

In ogni avventura che si rispetti, c’è sempre un “mondo ordinario” che viene in qualche modo scombussolato da una “forza malefica”, per questo motivo il nostro “eroe” è costretto ad intraprendere “un viaggio” che lo porterà ad affrontare delle “prove di coraggio”. Attraverso i suoi poteri e i suoi valori, con l’aiuto di alleati e mentori, l’eroe sconfiggerà la forza malefica e ci permetterà di concludere con un “lieto fine” la narrazione.

Pensando ai successi della Disney, ai libri classici e anche alle più moderne serie tv, quante di queste storie hanno uno schema che riprende “il viaggio dell’eroe” proposto da Vogler? Più o meno evidentemente, tutte queste storie si fondano su questo schema primordiale. Ovviamente, nel corso dei secoli, autori e sceneggiatori hanno cercato di mescolare le carte e proporre delle narrazioni che apparissero sempre nuove. Più o meno come quando si dice che le note musicali sono 7, e i musicisti devono partire da quella base comune per poter creare qualcosa di nuovo.

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Illustrazione de “La bella e la bestia” di KKA Illustration

Schema di Propp

Partendo da questi presupposti, il linguista e antropologo russo Vladimir Propp, ha sviluppato uno studio approfondito delle origine storiche delle fiabe e dei racconti del folklore. Attraverso questo studio, Propp individuò un modello comune a tutte queste narrazioni e costituito da 31 funzioni (Morfologia della Fiaba, Vladimir Propp, 1928).

Tra queste 31 funzioni, troviamo elementi che sono alla base di tutte le vicende che incontriamo sul grande schermo o sui libri di narrativa: c’è l’allontanamento del protagonista da casa, il danneggiamento dell’antagonista nei confronti di un parente/amico/amante dell’eroe, ci sono le prove,le battaglie e la conclusione con la ricompensa finale.

Le 31 funzioni rientrano all’interno di uno schema generale, detto appunto Schema di Propp, costituito da 4 punti essenziali:

  • Equilibrio iniziale (inizio della storia)
  • Rottura dell’equilibrio iniziale (il motivo per cui l’eroe comincia il viaggio)
  • Peripezie dell’eroe (le sfide e le avventure dell’eroe)
  • Ristabilimento dell’equilibrio (lieto fine e ricompensa)

Lo studio dell’antropologo russo, oltre ad individuare gli elementi tipici di una narrazione, determina anche i personaggi archetipi presenti all’interno di ogni storia:

  • l’eroe, ovvero il protagonista della storia
  • l’antagonista, ossia il nemico che si oppone all’eroe
  • il mandante, cioè il personaggio che chiama all’azione l’eroe
  • l’aiutante, il personaggio che spalleggia l’eroe nella sua avventura
  • la principessa o il premio, che è la ricompensa che motiva la partenza dell’eroe per il suo viaggio
  • il donatore, spesso è anche un mentore che addestra l’eroe e gli fornisce i mezzi per sconfiggere il suo nemico

Per capire meglio i personaggi archetipi di Propp, possiamo confrontare questa lista con uno dei più grandi capolavori narrativi degli ultimi secoli: Il Signore degli Anelli.

Leggendo o guardando con attenzione la storia inventata da Tolkien, scopriamo che:

  • l’eroe è Frodo Baggins, il coraggioso hobbit che parte per il viaggio
  • l’antagonista è Sauron, l’entità malefica che mette a rischio il mondo
  • il mandante è il Gran Consiglio di Elrond, che comprende Nani, Elfi e Uomini e che incarica la Compagnia dell’Anello della missione
  • l’aiutante è l’intera Compagnia dell’Anello – in special modo Samvise Gamgee – che accompagna Frodo attraverso le sue avventure
  • la principessa o il premio in questo caso è la salvezza dell’universo
  • il donatore è Gandalf, il mago che sprona Frodo e gli dà i mezzi per portare a termine la sua missione
Illustrazione de "Il Signore degli Anelli" di Kunal Krishna

Illustrazione de “Il Signore degli Anelli” di Kunal Krishna

Le Carte di Propp

Le Carte di Propp sono delle carte che possono aiutarci nella costruzione di una fiaba o di un racconto, attraverso un semplice gioco di società. Le carte sono spesso utilizzate dai maestri per stimolare la creatività e l’immaginazione dei loro piccoli allievi, ma sono adatte anche a chi voglia passare una serata in compagnia o cimentarsi nella creazione di una narrazione.

Le carte sono 21, presentano un disegno e una piccola didascalia che fornisce qualche indizio sul personaggio e la funzione. Una volta distribuite ai partecipanti del “gioco”, ognuno gira le carte durante il proprio turno e aggiunge un tassello alla storia in costruzione.

In questo modo si può realizzare un racconto appoggiandosi ad uno scheletro predeterminato, ma facendo viaggiare la fantasia giocando con i personaggi e le funzioni individuate da Propp.

Certo, per implementare una narrazione di marca efficace non è sufficiente fare una partita a carte. Ci vuole analisi, strategia e obiettivi ben definiti. Ma rifarsi allo schema di Propp e al Viaggio dell’Eroe – come fanno i migliori narratori e produttori cinematografici – ci assicura una linearità e una potenza narrativa estremamente valida, perché è antica ma allo stesso tempo sempre nuova.

Nella peggiore delle ipotesi, avremo impiegato qualche ora a stimolare la nostra immaginazione, che non sarà mai una cattivo affare!

 

 

Come hai potuto leggere, lo storytelling è fondamentale all’interno di un piano di marketing moderno, ma bisogna comprendere che va inserito nell’interno di una più ampia strategia di marketing digitale; qualora volessi approfondire questo argomento, potresti frequentare il corso di Digital Marketing offerto da Digital Coach.

 

Illustrazione di copertina di Sara Kipin

Illustrazione de “La bella e la bestia” di KKA Illustration

Illustrazione de “Il Signore degli Anelli” di Kunal Krishna

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Non ci resta che umanizzare

Perché un brand dovrebbe avere delle caratteristiche umane? Per capirlo, bisogna fare un piccolo passo indietro, per capire cosa ci rende umani.

Le nostre imperfezioni fisiche, prendere decisioni facendoci guidare dalle emozioni, commettere errori e saper distinguere il bene dal male, essere in grado di proiettarci nel futuro e tenere fede a promesse e progetti, godere della compagnia degli altri e impegnarci in qualcosa di utile per la nostra società.

La lista potrebbe andare avanti per ore, ma il punto è semplice e richiede molte meno parole: in quanto umani (e quindi imperfetti), sentiamo il bisogno di comunicare ed interagire con i nostri simili, con altri umani che abbiano una storia alle spalle, dei pregi e dei difetti, delle aspettative e dei sogni.

Questa ricerca di empatia è alla base dell’umanizzazione dei brand che sta trasformando i più grandi marchi del mondo in amici, vicini di casa e perfino confidenti intimi.

Leggendo “Marketing 4.0” di Philip Kotler mi sono soffermato sul capitolo dedicato a questo argomento, sottolineando e prendendo appunti a margine. Il guru del marketing identifica 6 caratteristiche che un brand deve sviluppare, per poter essere considerato un “brand umano”. Potrebbe sembrare un tema scontato o perfino retorico, ma questa umanità oggi serve a tutti, alle aziende prima ancora che ai loro clienti.

Fisicità

I brand, proprio come persone, hanno delle caratteristiche fisiche ben definite. Quello che per gli essere umani sono il colore degli occhi e dei capelli, l’altezza e il peso, nel linguaggio del marchio si traduce in visual identity.

Questa identità visiva per un brand è composta da elementi come il logo, una palette di colori, un carattere tipografico ed altri componenti di design. In sintesi, la “fisicità” di un marchio è quell’insieme di fattori che lo rendono concreto e immediatamente riconoscibile agli occhi dei consumatori.

Tutti ricordiamo il baffo della Nike, il colore verde di Spotify, il simpatico signore con i baffi della Birra Moretti o la disposizione di un negozio H&M.

Intelletto

L’intelletto è la capacità di una persona (e quindi di un brand umano) di dare alla luce delle idee innovative e funzionali, in modo da superare ostacoli e affrontare delle criticità.

Le aziende veramente innovative sono in grado di trovare nuove soluzioni a vecchi problemi, spesso ricorrendo al supporto delle moderne tecnologie. Un esempio è Amazon, che attraverso i “locker” e le consegne coi droni, sta superando il classico problema dell’irreperibilità dei destinatari.

Socialità

Se è vero che “l’uomo è un animale sociale”, anche i brand che mirano ad umanizzarsi hanno bisogno di entrare in relazione con le persone. Creare un dialogo con il proprio pubblico non significa solo scambiare qualche tweet o stimolare interazione attraverso qualche sticker di Instagram.

Un grande esempio di brand che entra in relazione col proprio pubblico è Netflix. La società statunitense è molto sensibile alle critiche e ai pareri dei propri clienti, tanto da creare Bandersnatch, un episodio di Black Mirror in cui è l’utente a decidere l’evoluzione della storia.

Emotività

Ciò che più guida le scelte di un essere umano sono le sue emozioni. Di conseguenza, ciò che distingue un brand umano da tutti gli altri è la capacità di evocare queste emozioni. La gioia, la malinconia, la paura, l’umorismo…attraverso lo storytelling un brand può affrontare le emozioni più viscerali dell’uomo per creare una connessione.

Un esempio è la recente campagna di Wind, chiamata “Più Vicini”. Attraverso i suoi spot, il gestore telefonico tocca le corde del nostro animo che hanno a che fare con amicizia, amore, rimorso e impianto.

Affabilità

Essere umani significa anche avere dei difetti, e riuscire ad ammetterlo è una gigantesca sfida sia per noi che per i brand. Ma una persona (e un brand umano) che sia capace di riconoscere le proprie imperfezioni è una persona (o brand umano) più credibile e in grado di ispirare fiducia.

Un curioso esempio è quello della casa editrice Einaudi: prima sbaglia la copertina di un libro di Fante, poi fa mea culpa, infine ci scherza su con umorismo (nel frattempo la stampa con la copertina sbagliata va a ruba, come oggetto da collezione!).

Ecco l’errore e la soluzione di Einaudi.

Moralità

Ultima, ma non meno importante, la moralità: la capacità di una persona (o un brand umano) di possedere un’etica e di impegnarsi attivamente nella salvaguardia dei propri valori.

Negli ultimi anni il “corporate activism” prende piede tra le imprese più o meno grandi, in virtù della crescente sensibilità dei consumatori nei confronti dell’impegno dei brand sull’ecosostenibilità e l’attivismo sociale.

Ikea promette di essere totalmente eco-sostenibile entro pochi anni, H&M lancia una linea di capi d’abbigliamento eco-friendly e Gilette dichiara guerra alla mascolinità sessista del passato.

In conclusione, citando Kotler:

“il processo (di umanizzazione del brand) consiste nel portare in luce le ansie e i desideri latenti dei consumatori attraverso l’ascolto sociale, la netnografia e la ricerca empatica”.

Questo processo porterà ad un risultato win-win per brand e consumatori. I brand diventeranno portatori di emozioni e valori sani, nonché attivisti sociali e promotori di politiche eco-sostenibili. I consumatori potranno abbracciare la filosofia del brand, sentirsi parte di un gruppo mosso da scopi nobili e continuare ad acquistare in maniera più consapevole.

In copertina l’artwork di Anita Molnar

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Mick Doohan: il Mito della Resilienza

Michael “Mick” Doohan:
il mito della resilienza

La storia, le difficoltà e i successi di uno
dei più grandi campioni delle due ruote

 

Le grandi storie non hanno mai una trama lineare, così come alla base di un mito non c’è mai qualcosa di prevedibile. Le leggende nascono dalle difficoltà, attraversano percorsi tortuosi e arrivano in vetta superando tutti gli ostacoli che incontrano per strada.

La storia del mito, Michael “Mick” Doohan, ovviamente non può fare eccezione: una storia fatta di tanti successi, ma ricca allo stesso modo di sofferenza e avversità, ostacoli che sembravano insormontabili e resilienza.

Cos’è la resilienza?

“La resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità.”

Oggi Motowide vi racconta perché Mick Doohan, oltre ad essere un grande campione di motociclismo, è innanzitutto un esempio virtuoso di resilienza, coraggio e caparbietà.

Le origini e i “primi passi”

Michael Sydney Doohan nasce il 4 giugno 1965 a Brisbane, una delle città più popolose dell’Australia, situata sulla costa est conosciuta anche come Gold Coast. Mick nasce e cresce in una regione dove i passatempi principali sono fare surf, andare in moto e bere birra in spiaggia fino a tardi. Per nostra fortuna, Doohan si specializzerà solo in una di queste attività ludiche.

In realtà di ludico c’è ben poco, visto che il nostro Mick trasformerà quasi subito il motociclismo in un affare serio, entrando nel mondo professionistico gareggiando dai primi anni ‘80 nella Superbike australiana.

Le sue qualità di pilota lo fecero subito risaltare nel panorama motociclistico internazionale, così da portarlo nel giro di pochi anni (1987) al mondiale di Formula TT e al primo podio nel circuito giapponese di Sugo. È la Yamaha che riconosce il suo talento e lo schiera nel campionato australiano di Superbike, Mick ripaga la fiducia dei nipponici vincendo entrambe le tappe australiane.

È il 1989 e i tempi sono abbastanza maturi per il grande salto, il Motomondiale sta aspettando. La Yamaha prova a corteggiare il suo campione per tenerlo nella propria scuderia, ma dovrà arrendersi alla decisione di Doohan: esordire al Motomondiale con la Honda Racing Corporation.

Il debutto al Motomondiale

Ad aspettarlo in scuderia c’è un altro australiano, Wayne Gardner, già campione della 500 con la Honda nel 1987.

Le prime scorribande di Mick Doohan nella 500 verranno ricordate più per le cadute che per i successi. Il suo stile di guida è grezzo e sprezzante, il suo approccio alle gare è così brutale che in molti cominciano a dubitare del suo effettivo talento.

Ma come ogni pietra preziosa che si rispetti, c’è bisogno di tanto lavoro ed impegno perché possa brillare al meglio delle sue possibilità. È così che Mick, con la tenacia che lo ha sempre contraddistinto, si mette al lavoro per tentare di limare le imperfezioni della sua guida.

Nel campionato mondiale del ‘90 esordisce male con un ritiro alla prima gara, ma arriva anche la sua prima vittoria, alla penultima corsa in Ungheria. L’anno seguente il livello delle sue prestazioni continua a salire, con le vittorie in Spagna, Italia e Austria. Alla fine della competizione sarà secondo, dietro solo all’americano Wayne Rainey della Yamaha.

Ancora una volta i tempi sono maturi e Mick si prepara per il grande colpo, quel primo posto al Motomondiale che sembra il coronamento perfetto della sua evoluzione motociclistica. Il 1992 comincia effettivamente alla grande, con 5 vittorie nelle prime 7 gare, che gli fanno spiccare il volo nella classifica piloti.

Ma l’inaspettato era dietro l’angolo – precisamente ad Assen – ed aspettava Mick Doohan per mischiare le carte e sconvolgere tutti i suoi piani di trionfo sul Motomondiale.

L’incidente, l’operazione e il Dottor Costa

È il 27 giugno del 1992 e i piloti stanno svolgendo le prove del Gran Premio di Assen, in Olanda. Mick Doohan è vittima di una caduta, come molte altre della sua carriera, a causa della quale riporta una frattura della gamba destra. Dopodiché, l’impensabile: la Honda spinge perché rientri in gara e vinca il Motomondiale, l’australiano viene operato in fretta e furia e le conseguenze sono disastrose. Per un errore dei medici, il pilota di Brisbane rischierà di perdere la gamba per cancrena.

Per tentare di salvare la gamba (e la carriera) di Mick fu chiamato il Dottor Claudio Costa, medico italiano già noto nell’ambiente motociclistico dell’epoca. L’azione del chirurgo fu tempestiva quanto anticonvenzionale: prelevò l’australiano dall’ospedale olandese dove era ricoverato, lo portò rapidamente in Italia e intervenne con mezzi non proprio tradizionali.

L’entrata in gioco del luminare Dottor Costa fu provvidenziale per dare una chance alla gamba di Mick, il coraggio e la voglia di non arrendersi dell’australiano fecero il resto. Contro tutte le aspettative – e anche contro molti pareri discordanti – il pilota della Honda risalì in sella il 23 agosto (a meno di due mesi dal grave incidente) e gareggiò nelle ultime due sfide del mondiale.

Purtroppo la ferita era ancora troppo recente, il terrore dell’incidente ancora troppo vivo, il dodicesimo e il sesto posto non bastarono a Doohan, che dovette accontentarsi del secondo posto sul podio dietro all’americano Rainey.

La rinascita ed il successo

Questa per Mick Doohan non è assolutamente la fine, ma l’inizio di una nuova vita che sarò costellata di grandi successi e soddisfazioni. Mick continua a zoppicare e utilizzare il pedale destro per il freno posteriore è diventato impossibile. Il campione australiano deve trovare un modo per reinventarsi, per cambiare stile di guida e tornare ai livelli che gli appartengono.

La soluzione fu tanto semplice quanto geniale: la Brembo progettò un comando manuale che, posto alla sinistra del manubrio, gli permetteva di gestire il freno posteriore col pollice. Nacque così il freno posteriore a pollice, che tutt’oggi è utilizzato da professionisti di tutto il mondo, per ottenere maggiore sensibilità nella frenata e avere un controllo più preciso.

Costretto a fare “di necessità virtù”, Mick Doohan visse il Motomondiale del 1993 come un banco di prova, con gli occhi del mondo puntati addosso, cercando di dimostrare di essere davvero in grado di tornare il campione che tutti conoscevano. Il campionato non fu esaltante, una sola vittoria a San Marino e un quarto posto finale che gli stava stretto.

Ma il meglio doveva ancora venire.

Dal 1994 al 1998 Mick mette in scena uno spettacolo senza paragoni, dominando il Motomondiale e portando a casa 5 titoli consecutivi. Il campione australiano entra nella leggenda di prepotenza, scrollandosi di dosso tutte le paure e le malelingue che lo davano per spacciato dopo l’incidente di Assen.

Quel triste giorno del ‘92 non l’ha spaventato e non gli ha tolto la grinta che lo ha sempre contraddistinto, ma di sicuro lo ha profondamente cambiato, costringendolo a tirare fuori il suo meglio. Un uomo, Mick, noto per essere sicuro di sé fino ai limiti dell’arroganza. Non un “uomo da spogliatoio” e sicuramente non il più amato nel paddock.

Ma la sua scorza dura gli ha permesso di passare, nel giro di pochi anni, dal rischio di perdere una gamba alla vetta più alta del mondo motociclistico. Una storia che ha dell’incredibile, se si pensa a quante occasioni avrebbe avuto Doohan per arrendersi al destino, anche giustificatamente.

Invece no, il ragazzo della Gold Coast non si è arreso mai, neanche per un attimo. Ha preso sulle spalle tutte le incertezze e le paure che la vita gli ha presentato, affrontandole a testa alta con coraggio e caparbietà. Per questo è diventato uno di quei personaggi leggendari, che sono dei punti di riferimento per tutti colori che affrontano avversità ogni giorno.

Ecco, quando qualcuno vi chiederà “che cos’è la resilienza”, voi potrete fargli vedere senza timore una foto di Mick Doohan, il campione che ha dovuto toccare il fondo per poter prendere lo slancio e arrivare in cima al mondo!

Questo post è stato originariamente pubblicato su Motowide.com.

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Ritorno al Futuro e il Viaggio dell’Eroe

Ritorno al Futuro e
il Viaggio dell’Eroe

Sembra quasi che, come arte, quella di narrare un’impresa sia nata l’altro ieri. Da quando il mondo del marketing ha scoperto che dare un volto umano ai prodotti li rendeva più appetibili, i brand hanno fatto a gara per raccontare a modo loro le imprese più o meno eroiche legate alla propria identità.

Ciononostante, sono secoli e secoli che l’uomo ricorre alla narrazione, che sia per raccontare una storia, fare proseliti o semplicemente esorcizzare le proprie paure. Le forme sono tante e molto diverse tra loro: romanzi, stornelli, poesie, film, canzoni e tutte le forme di espressione che mirano a raccontare una storia.

Ma a prescindere dal mezzo attraverso il quale la storia viene presentata, ogni narrazione ha uno schema ben preciso, torna e ritorna a fare capolino ogni qualvolta un individuo o un’organizzazione sentano la necessità di raccontare sé stessi.

Campbell, Propp e lo schema di Vogler

Lo studioso di mitologia Joseph Campbell ha dedicato la sua vita alla scoperta di un fil rouge che in qualche modo legasse le storie e le avventure degli eroi antichi e moderni, dei protagonisti di fiabe, leggende e libri di narrativa.

Nel suo L’eroe dai mille volti”, Campbell delinea un percorso circolare detto “monomito”, che è presente in ogni storia ma prende ogni volta una forma diversa. Cos’hanno in comune l’eroe antico Ulisse e il Marty McFly di Ritorno al Futuro? Cosa lega l’avventura dell’eletto in Matrix alle peripezie di Alice nel Paese delle Meraviglie?

Esistono dei personaggi archetipi, degli elementi comuni e delle tappe obbligate che caratterizzano il viaggio del protagonista di ogni avventura.

L’autore e sceneggiatore della Disney Christopher Vogler, nel suo Il viaggio dell’eroe”, ipotizza uno schema classico al quale la narrativa si attiene sin dai tempi antichi.

Lo scrittore russo Vladimir Propp è andato oltre, elencando ben 31 funzioni che si presentano all’interno di una narrazione seguendo un ordine preciso. Tra queste funzioni, troviamo gli elementi classici di ogni avventura letta o vista sul grande schermo, tra cui:

  • l’allontanamento dell’eroe dalla propria casa e dai propri affetti
  • la lotta tra eroe ed antagonista
  • la vittoria dell’eroe
  • il ritorno trionfante a casa

Uno schema unico ed antico, che sa reinventarsi in un’infinità di varianti e al quale, più o meno consciamente, tutti i mostri sacri della narrazione si sono attenuti per creare le loro memorabili avventure.

I personaggi e gli elementi

Alla luce di questo, è facile trovare in “Ritorno al Futuro” alcuni dei personaggi e degli elementi che sono comuni a tutti gli esempi di narrazione.

  • Eroe e la partenza: Marty McFly che, per scappare dai terroristi libici, intraprende un viaggio verso l’ignoto
  • Antagonista: Biff, antagonista e antieroe
  • Mentore: Doc Brown, che spiega a Marty i paradossi dei viaggi nel tempo e gli dà gli strumenti per affrontare la sua impresa
  • Impresa: il viaggio indietro nel tempo, la necessità di salvare la sua stessa esistenza, l’amore dei suoi genitori e (forse) la vita dell’amico Doc
  • L’oggetto magico: la mitica DeLorean, lo strumento grazie al quale l’eroe riesce a compiere il suo viaggio
  • La prova centrale e le difficoltà: riuscire a far innamorare i genitori, neutralizzando l’intervento di Biff
  • Il fallimento e il climax: Biff riesce a dividere i genitori di Marty, che lentamente comincia a scomparire, ma non si arrende e trova un modo per mettere fuori gioco l’antagonista
  • La vittoria, il ritorno a casa e la ricompensa: Marty riesce nel suo intento, salva sé stesso e l’amore dei propri genitori, torna casa e viene ricompensato con una famiglia migliore di come l’avesse lasciata

 

L’insegnamento

Al di là dell’avventura e del viaggio “fisico” che vediamo sullo schermo, Marty compie un percorso introspettivo e visibile solo a chi guarda oltre la sceneggiatura del film.

L’eroe intraprende un viaggio dentro di sé, per trovare la forza e il coraggio di affrontare le sue paure e i suoi difetti. Solo quando è capace di sconfiggere i suoi demoni, il protagonista può salvare la principessa del castello.

Perché lo schema narrativo di sottofondo è uguale a migliaia già visti, ma allo stesso tempo sempre diverso e sempre singolare.

È chiaro allora perché lo storytelling e il viaggio dell’eroe attecchiscano così tanto all’immaginario collettivo: la narrazione di un’impresa non è altro che il racconto del viaggio che ognuno di noi intraprende, magari senza avventure rocambolesche e finali da favola, per scoprire l’eroe dentro di sé.

Una bellissima lezione di Matthew Winkler – accompagnata dalla stupenda animazione di Kirill Yeretsky – riassume perfettamente il discorso: cosa rende straordinaria una storia ordinaria (e viceversa)?


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Il Potere del Silenzio

Il Potere del Silenzio

Questa mattina, dopo tanto tempo, ho sentito il mio respiro.

Funziona sempre così. Quando una cosa non fa clamore, non fa rumore, si tende a dimenticarla, ignorarla o sottovalutarla, anche a prescindere dal suo valore.

Tiri su aria dal naso, lo fai migliaia di volte al giorno e questo ti rende vivo, ma da quanto tempo non ne sentivi il suono?

Troppi stimoli, troppi rumori, troppe cose da fare per lasciarsi andare ad un attimo di silenzio ed ascoltare il suono della propria vita.

Il silenzio: come ogni cosa di valore, quando inizia a venir meno, se ne sente improvvisamente la necessità, e si riesce a riscoprirne la sua preziosità reale.

Sotto costante assedio

La giornata comincia con un rumore, quello della sveglia. Prosegue con il suono della radio, il clacson delle auto nel traffico, il vociare delle persone sulla metro.

E in quelle poche occasioni nelle quali il rumore è quasi del tutto tagliato fuori, dove il silenzio potrebbe riuscire a far valere i propri diritti, siamo assaliti dall’imbarazzo.

Abbiamo installato anonime canzonette nell’ascensore, perché il silenzio era troppo assordante. Ci sentiamo in dovere di parlare superficialmente con degli sconosciuti del tempo che fa, delle vacanze, di politica. Tutto, perché abbiamo paura che nel silenzio i nostri cattivi pensieri facciano troppo baccano.

Siamo troppo abituati al rumore, per tollerare il silenzio. Il suono di una notifica, il tormentone alla radio, il nostro collega chiacchierone…

Le nostre orecchie – e di conseguenza il nostro cervello – sono costantemente invase da suoni e rumori, più o meno voluti, più o meno cercati.

Che cos’è il silenzio?

Il silenzio è ciò che ci fa apprezzare i suoni, è lo spazio bianco tra due paragrafi in un testo, è lo stacco tra la nota di pianoforte e la successiva.

Il silenzio è assenza di suono, così come il buio è assenza di luce. E così come il buio ci permette di apprezzare la prorompente vivacità della luce, allo stesso modo il silenzio dà risalto e forza al suono che circonda.

“Il silenzio è un dono universale che pochi sanno apprezzare. Forse perché non può essere comprato. I ricchi comprano rumore. L’animo umano si diletta nel silenzio della natura, che si rivela solo a chi lo cerca.”
Charlie Chaplin

Ne consegue che senza silenzio, non ci può esser suono. Senza buio, non ci può esser luce.

Il silenzio è inoltre il linguaggio universale. Abbiamo difficoltà a comprendere le lingue straniere, difficilmente comprendiamo ciò che viene detto nella nostra lingua. Ma un silenzio, un silenzio ha un significato univoco e inconfutabile.

È grazie al silenzio che riusciamo a dare spazio ai nostri pensieri, a digerire gli stimoli e a dar vita ad un’idea. Il cervello, proprio come tutti gli altri muscoli, non cresce nel momento in cui viene sottoposto a sforzo, bensì quando è a riposo.

È nelle pause dal frastuono giornaliero, che il cervello trova nutrimento per “ingrandirsi” e diventare più performante, rinforzare le sue fibre, consolidare i suoi processi.

È nel silenzio che riusciamo ad ascoltare noi stessi, non nel cicalio di mille voci o nel ritmo tambureggiante di una canzone.

Soli con noi stessi, circondati dal silenzio, possiamo trovare la nostra identità. Analizziamo le nostre esperienze, i nostri desideri, sviluppiamo la nostra capacità di riflettere e quindi di essere senzienti ed esseri senzienti.

Il silenzio nutre il cervello

Oltre a essere una manna per le orecchie, il silenzio è un importante nutrimento per il cervello, gli permette di staccare la spina e rifocillarsi.

“Il vero silenzio è il riposo della mente; è per lo spirito ciò che il sonno è per il corpo, nutrimento e ristoro.”
William Penn

Nel 2006, il dottor Luciano Bernardi, ha monitorato gli effetti rilassanti di diversi tipi di musica sul cervello umano: tenendo d’occhio parametri come la pressione sanguigna e il battito cardiaco, Bernardi ha fatto ascoltare ai partecipanti diversi brani, scoprendo che ogni tipologia aveva un effetto diverso sul cervello.

La scoperta più importante fu però che il maggior tasso di rilassamento aveva luogo durante i due minuti di silenzio tra un brano e l’altro. In pratica, il cervello prova uno stato di rilassamento maggiore subito dopo esser stato sottoposto ad uno stimolo sonoro prolungato.

Interessante anche l’esperimento di Imke Kirst, che ha monitorato 4 gruppi di topi sottoposti alcuni a diversi suoni alcuni al silenzio.

Kirst ha scoperto che i topi esposti al silenzio avevano sviluppato nuove cellule cerebrali, al contrario di quelli esposti ai suoni.

Una sorta di esperimento, ma più che altro una provocazione controversa quanto sottile, arriva dal compositore statunitense John Cage.

A seguito di una visita nella sala anecoica dell’Università di Harvard, dove era possibile “ascoltare” il silenzio assoluto, Cage si stupì di sentire invece i rumori del suo corpo, il suo battito, il sangue, il suo respiro.

Da qui nasce l’ispirazione per 4’33”, opera dello stesso Cage, sicuramente la più discussa e forse la più famosa di uno dei compositori più importanti del XX secolo.

“La vera musica è il silenzio. Tutte le note non fanno che incorniciare il silenzio.”
Miles Davis

4’33” è un brano in tre movimenti composto nel 1952. Tutti i movimenti consistono in un silenzio totale da parte degli strumenti. Lo scopo di Cage è di dare risalto ai rumori naturali e spontanei della sala, invece che al suono ordinato e prestabilito di archi e tamburi.

Ad ogni esecuzione, il brano assume una forma totalmente diversa: una volta è fatto di colpi di tosse e del vocio del pubblico, un’altra volta è composto da uno starnuto, il ronzio di una mosca o una risata.

L’obiettivo di Cage era di dimostrare che il silenzio assoluto non esiste e che esso altro non è che una tavolozza bianca da riempire, che dà risalto ai colori dei suoni, così come un tappeto di velluto nero sottolinea lo splendore dei diamanti.

Enjoy the Silence

Ricapitolando, il silenzio non è il male assoluto, non vi è nulla di imbarazzante in un momento senza suoni e rumori e il cervello sta meglio quando può prendersi una pausa dagli stimoli, anche da quelli sonori.

“Ho cominciato a rendermi conto che si può ascoltare il silenzio e imparare da esso. Ha una qualità e una dimensione tutta sua.”
Chaim Potok

Se il silenzio è una tavola bianca, dobbiamo essere noi, pittori a volte troppo distratti e pasticcioni, a decidere con quali colori (suoni) riempirla.

Possiamo scegliere di riempire le nostre orecchie di musichette insipide da ascensore, del frastuono e del trambusto cittadino o di parole più vuote di quanto in realtà sia lo stesso silenzio.

Oppure possiamo decidere di utilizzare questo magnifico tappeto nero per ammirare la lucentezza dei diamanti che il mondo circostante ha da offrirci, come il fruscio del vento fra gli alberi, il canto di un uccello o il suono di un respiro.

I finlandesi, che di silenzio hanno un’esperienza millenaria, ne hanno capito il valore unico e ne hanno fatto un punto d’orgoglio nazionale. Al momento di progettare il loro piano comunicativo per il turismo, invece di puntare sulle grandi attrazioni naturalistiche, i laghi e la casa di Babbo Natale, hanno puntato sul silenzio.

“Silence, please” è l’invito a chi entra sul sito di Visit Finland e a chi vuole visitare la Finlandia, uno luogo fatto di spazio, tempo, pace e quiete.

I finlandesi, taciturni e riservati per natura, hanno reso “vendibile” un qualcosa che troppo spesso è dato per scontato e superfluo, perché non fa clamore e non fa rumore.

Ma come ogni cosa di valore, quando inizia a venir meno, se ne sente improvvisamente la necessità e si riesce a riscoprirne la sua preziosità reale.

E se i finlandesi hanno deciso di vendere il silenzio come una bellezza architettonica o naturale, noi potremmo almeno sforzarci di riconoscerne il profondo valore, impegnandoci a non gettarlo al vento alla prima occasione.


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Perché l’Umiltà Migliora la Professionalità?

Perché l’Umiltà Migliora la Professionalità?

La lingua italiana è meravigliosa, sia per la “cantabilità” delle sue parole che per la complessità di alcuni suoi aspetti.

Esistono infatti alcune parole o concetti che richiedono uno sforzo cognitivo davvero notevole per essere pronunciati.

Se penso alle cose più difficili che si possano dire nella lingua italiana, mi vengono subito in mente queste tre:

  • 1. Acido desossiribonucleico
  • 2. Sopra la panca la capra campa, sotto la panca la capra crepa
  • 3. Non lo so

Mentre i primi due punti sono degli scioglilingua, che mettono a dura prova le nostre capacità linguistiche e di dizione, il terzo punto è di una complessità totalmente astratta, che ha a che fare con la testa più che con la lingua.

L’incapacità nell’ammettere di non sapere è un limite dell’uomo – di radici antichissime – che Socrate acquisì solo negli ultimi momenti della sua esistenza.

Ma perché la dotta ignoranza, ovvero ammettere di non sapere, può aiutare in maniera diretta la professionalità?

Se non chiedi, non sai

Una persona – e quindi un professionista – che crede di sapere tutto ciò che c’è da sapere nel proprio campo, è una persona che difficilmente fa e si fa domande.

Fare una domanda vuol dire prima di tutto ammettere una lacuna nelle proprie conoscenze, condizione necessaria per fare nuove acquisizioni.

Ma le domande, allo stesso modo, sono il più importante strumento di sviluppo e miglioramento che abbiamo a disposizione.

Chiedere un’opinione è come aprire una finestra su una stanza, chiusa e buia, e lasciar entrare una boccata d’aria fresca e un raggio di sole.

Un piccolo atto di umiltà può così illuminarci un mondo sconosciuto fino a poco prima, fornirci un nuovo punto di vista su un vecchio problema.

Una tempesta di (nuove) idee

Essere convinti di avere la verità in tasca toglie spazio: è asfissiante per le idee di chi ti circonda, letale per la reciproca ispirazione e anestetizzante per la creatività del gruppo.

Il contrario dell’umiltà è l’autarchia: pensare di essere in grado di risolvere ogni problema per conto proprio, di avere nel proprio giardino tutti gli ingredienti per la ricetta perfetta.

L’umiltà di chiedere e di fare domande è un lubrificante per le idee, mette in circolo la conoscenza e valorizza l’eterogeneità di pensiero.

Lo sanno bene le aziende che fondano il loro processo creativo e decisionale sulla tecnica del brainstorming. Proposto per la prima volta nel 1957 da Alex Osborn, il brainstorming è un metodo che si basa sul presupposto che idea chiami idea e che, per una questione di probabilità, 5 persone che “producono” idee hanno più possibilità di trovare quella giusta.

 “Spesso le idee si accendono l’una con l’altra, come scintille elettriche.” 
Friedrich Engels

Al di là della statistica, stare seduti ad una democratica tavola rotonda fa bene allo spirito di gruppo e alle individualità, che si sentono considerate nel momento di prendere decisioni (soprattutto se questo riguardano il proprio lavoro).

Certo, non si può ricorrere al brainstorming per ogni singola decisione, ma quando si decide di farlo sarebbe bene rispettare alcune semplici regole:

  • tutte le opinioni hanno lo stesso peso, a prescindere dal ruolo
  • in un primo momento, non si scarta nessuna idea
  • non si giudicano le idee
  • bisogna esprimere la propria idea subito, di getto, prima che venga strozzata dalle inibizioni e dalle incertezze
  • in un secondo momento, si analizzano e filtrano le idee

Siamo realisti, esigiamo l’impossibile

Se dopo una vita dedicata alla conoscenza, Socrate ammise di non sapere, come possiamo noi anche solo pensare di possedere una comprensione totale di un argomento?

Produciamo e consumiamo così tante informazioni e novità che è impossibile ritenere di averne una cognizione completa e sempre aggiornata, anche se vi dedicassimo tutta la nostra giornata.

È molto più sensato e verosimile, ammettere che pur conoscendo bene un argomento, non siamo in grado di possedere tutta la comprensione a riguardo. Questo può succedere se siamo disposti al dialogo, magari con chi ne sa più di noi o con chi la pensa semplicemente in maniera differente.

 

 

Basterebbe, di tanto in tanto, aprire un’enciclopedia a caso per capire quant’è piccolo il nostro bagaglio di conoscenze rispetto alla stiva dello scibile umano.


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Il Valzer tra Musica e Creatività

Il Valzer tra Musica e Creatività

Chiunque si sia trovato a dover creare qualcosa, che fosse un testo, una presentazione o un progetto, avrà sicuramente capito che la creatività ha bisogno di un rito.

Ogni artista passato alla storia, ogni scrittore di successo ha le sue – più o meno sofisticate – abitudini, necessarie a favorire il processo creativo.

Il regista e sceneggiatore americano Woody Allen, una macchina creativa da più di 50 film, ha l’abitudine di cambiare stanza o luogo quando è in crisi creativa. Gli è sufficiente spostare la sua attenzione da un’attività ad un’altra qualsiasi, per poter creare la scintilla dell’inventiva.

Philip Roth, autore di Pastorale Americana, non comincia a scrivere se non dopo una sostanziosa colazione e della sana attività fisica. Un po’ più singolare l’abitudine di James Joyce: per favorire la vena produttiva, lo scrittore irlandese era solito scrivere sdraiato sul letto a pancia in giù.

Un altro elemento spesso presente nelle abitudini dei processi creativi – soprattutto di chi fa della parola un’arte – è la musica.

Musica classica, musica etnica, rock, jazz blues…

Non importa il genere, che sia moderna o meno, che sia strumentale o cantata. La musica, più di ogni altra cosa, è un ottimo alleato che accoglie e stimola le idee, la creatività e il genio.

 

Credits @wakeup-world.com

 

Il valzer di note e parole

Lo scrittore giapponese Haruki Murakami, famoso per opere come Norwegian Wood e L’uccello che girava le viti del mondo, ha un rapporto molto particolare con la musica.

Titolare per alcuni anni di un jazz bar a Tokyo e possessore di migliaia dischi, Murakami impregna i suoi libri di musica ad ogni capitolo, citandola addirittura 91 volte nel suo Kafka sulla spiaggia.

Su Spotify è stata pubblicata anche una playlist, con più di 3000 brani che fanno parte della sua collezione personale e che accompagnano in sottofondo ogni battuta della sua scrittura.

Nel nostro paese, a vivere e alimentare un rapporto di reciproca ispirazione tra note e parole, è lo scrittore torinese Alessandro Baricco. L’autore di Castelli di Rabbia e Seta, ha perfino dedicato alla musica – e ad uno dei suoi più grandi maestri – il suo primo film da regista.

È del 2008 il film Lezione 21, scritto e diretto da Baricco, incentrato sulla Nona Sinfonia di Beethoven e sulla sua tumultuosa nascita.

Gli effetti della musica sul cervello

Di studi e trattati sugli effetti della musica sul nostro cervello, ce ne sono stati moltissimi.

In Canada è nato il BRAMS, International Laboratory for Brain, Music and Sound Research, che si occupa appunto di analizzare il modo in cui ritmo, armonia e melodia vengono percepiti dal nostro cervello e in che modo favoriscano alcune delle sue attività.

La musica è l’ingrediente che più di tutti smuove: smuove i corpi, il cervello e di conseguenza anche le idee.

 

Credits @simplymuzo.com

 

Il mio metodo

Nella creazione di un testo esistono diversi processi, ognuno dei quali è più o meno propenso a farsi stimolare e accompagnare dalla musica.

Quando scrivo un testo, divido il mio “viaggio creativo” in 4 tappe principali:

  • raccolta di informazioni sull’argomento
  • prima stesura “istintiva”
  • aggiustamenti e eliminazione del superfluo
  • controllo e correzione

La prima fase, la raccolta di informazioni sull’argomento, non richiede un grande sforzo cognitivo, ma tanto tempo e oculatezza nella scelta delle fonti.

Un lavoro quasi meccanico, che si lascia affiancare bene da una musica di sottofondo ritmata e cantata, magari rock, jazz o soul.

La seconda fase è più impulsiva e ritmica, quindi ho bisogno di un accompagnamento musicale che si faccia un po’ da parte per far fluire le idee senza ostacoli o troppe distrazioni.

Questo è il momento migliore per dei brani strumentali o dalle sonorità ambient, come quelle del gruppo islandese Sigur Ros. In questo step del processo creativo, anche la musica classica mi è d’aiuto, in particolar modo le opere di Bach e Beethoven.

La terza fase è la più delicata e in quanto tale richiede maggior concentrazione. In questo caso entra in gioco il suono più potente di tutti: il silenzio.

D’accordo, siamo soliti considerare il silenzio più che altro come assenza di suono e quindi di musica! Ma non era di questa idea il compositore John Cage, che nella sua famosa 4’33” riuscì a sottolineare come anche il silenzio potesse essere in realtà una forma di musica.

Il silenzio mi permette di far “posare” le idee e di isolarle da tutto il resto. Il taglio delle parti superflue di un testo non può che avvenire in parallelo all’esclusione degli stimoli sonori.

Torno poi alla musica con la 4 e ultima fase del processo creativo: il controllo del testo e le rifiniture. Eseguo questo step particolarmente tecnico facendomi ispirare nuovamente da qualcosa di ritmico, magari brani Reggae e Pop in acustico.

 

 

“L’inesprimibile profondità della musica, così semplice da comprendere e allo stesso tempo inspiegabile, è dovuta al fatto che essa riproduce tutte le emozioni più intime del nostro essere, ma in maniera completamente estranea alla nostra realtà e alla sua sofferenza… La musica esprime solo la quintessenza della vita e i suoi avvenimenti, mai gli avvenimenti stessi”
Oliver Sacks – Musicophilia

 

Questo è il mio metodo creativo e il suo contorno musicale.

Certo, per seguirlo alla lettera c’è bisogno delle giuste condizioni “ambientali”. Se si lavora in un open space o in un luogo pubblico, probabilmente si presenterà la necessità di una musica che prima di tutto copra i rumori estranei e indesiderati.

Ma questa, è tutta un’altra musica.

Alcune delle canzoni che mi hanno aiutato a scrivere questo post:

  • 1° fase: Karma Police – Radiohead / This Must Be The Place – Talking Heads
  • 2° fase: God Bless the Child – Sonny Rollins / Olsen Olsen – Sigur Ros
  • 3° fase: –
  • 4° fase: Keep Going – The Revivalists / With My Own Two Hands – Ben Harper

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Come scrivere la pagina “About”

Come scrivere la pagina “About”

Partiamo da un presupposto tanto importante quanto sottovalutato: la pagina Chi siamo (o About us), è la sezione del tuo sito che viene visitata di più, seconda solo alla Homepage.

Allo stesso tempo, purtroppo, tale pagina è anche quella con il più alto tasso di “fughe premature” da parte degli utenti. Cosa vuol dire questo?

Vuol dire che chi si trova sul tuo sito, magari atterrando sulla Home, ci tiene a conoscere il volto e la storia di chi è dietro al sito stesso, o all’azienda all’interno descritta.

Vuol dire che, prima di decidere se entrare o meno in contatto con te, il visitatore vuole avere maggiori informazioni sul tuo progetto e sul tuo modo di fare le cose.

Un aspetto da non sottovalutare, in un periodo storico di spioni digitali, durante il quale prima di entrare in contatto con chicchessia, preferiamo fare una capatina sul profilo social e farci un’idea preliminare.

Ma perché così tanti utenti scappano a gambe levate dalle pagine Chi siamo?

La risposta è piuttosto semplice: mettiti nei panni di un utente che è in cerca, per esempio, di un qualsiasi prodotto o servizio. Dopo dozzine di pagine Chi siamo tutte uguali, anonime e noiose, si ritrova frastornato e sbadigliante di fronte alle solite quattro definizioni striminzite.

 

“Siamo leader del settore, abbiamo un know-how collaudato, siamo affidabili e flessibili.”

 

Nessuno vuole mettere in dubbio che l’azienda che si descrive in questo modo abbia realmente queste caratteristiche. Non stiamo parlando di contenuto, ma di forma.

Descrizioni pompose ed auto-celebrative hanno due difetti principali:

 

  • Sono poco interessanti, se non addirittura soporifere
  • Causano nel lettore una sorta di diffidenza istintiva. Pensa se, nel conoscere una persona nuova, questa si presentasse elogiando le proprie presunte virtù e competenze.

 

A nessuno piace chi tira l’acqua al proprio mulino.

Il risultato? Nel giro di due secondi perderai un visitatore e un potenziale cliente.

Come fare a raccontare te e il tuo progetto, in modo da catturare l’attenzione del tuo visitatore e magari incuriosirlo?

Parliamo di alcuni degli aspetti che prendo in considerazione nel momento in cui scrivo una pagina Chi siamo:

Il pubblico

Come per tutte le forme di comunicazione, il target di riferimento è uno degli aspetti più importanti di cui tener conto. Sono attento a scrivere la descrizione dell’azienda, del professionista o del progetto in un linguaggio coerente con i futuri lettori.

La storia

Per raccontare la propria storia (fare il cosiddetto storytelling) non bisogna essere un grande brand, famoso e con milioni di fatturato.

Ognuno di noi ha una storia che merita di essere raccontata, un percorso e delle origini che ci rendono unici. Il mio lavoro è quello di raccontare la tua storia, in modo da dare rilievo alle caratteristiche che ti rendono umano e ti avvicinano al tuo pubblico.

La verve

Come detto prima, la maggior parte delle persone che arriva sulla pagina Chi siamo lo fa perché vuole sapere qualcosa di più sulle tue idee e la tua storia.

Ciò non toglie che anche il lettore più coraggioso e tenace può vacillare, messo davanti ad un blocco di parole e una sequenza di date astratte.

Ad esempio:

NO – L’azienda è stata fondata nel XXXX, nel XXXX abbiamo acquistato nuovi macchinari, nel XXXX ci siamo trasferiti a…

SI – Siamo nati nel XXXX come un piccolo gruppo di affiatati collaboratori e oggi, nonostante i numeri siano cresciuti, rimaniamo fedeli ai valori che ci hanno portato fino a qui…

In conclusione, la presentazione deve essere il più possibile simile a quella tra due persone che si incontrano e si raccontano, priva di termini impersonali e di concetti autoreferenziali.

 

Una comunicazione tra persone, non tra aziende.

 

Un’ occasione per parlare direttamente alla pancia dei tuoi potenziali clienti e magari, perché no, guadagnare la loro fiducia.

Ecco alcuni esempi di presentazioni davvero originali ed interessanti:

Google – La società
Altervista – Chi siamo
Nielsen Norman Group – History

Questa è la mia pagina about.

Per maggiori dettagli su come scrivere una pagina “About” che susciti interesse, parliamone!


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