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Pensiero daltonico

Pensiero daltonico

Il prossimo ottobre per me saranno dieci anni di patente. Uno di quei traguardi che ti sorprendono come un fulmine a ciel sereno e ti spingono a considerare, più o meno seriamente, il tempo che passa e la fugacità della vita.

Il giorno prima dell’esame scritto, ricordo che il mio istruttore mi confidò un trucco per rispondere ad alcune domande particolarmente spigolose:

 

“Quando in una domanda ci sono espressioni come sempre, mai o ogni qual volta, quella domanda è falsa!”

 

Senza saperlo, l’istruttore mi diede la mia prima lezione sul pensiero dicotomico e su come riconoscerlo. Gli anglofoni, non a caso, lo chiamano black and white thinking, pensare in bianco e nero. Questa modalità di pensiero consiste nel non considerare le sfaccettature di un argomento, soffermandosi solo sui valori estremi che questo può presentare.

Il pensiero in bianco e nero che elimina le mille meravigliose sfaccettature della vita.

Una sorta di pensiero binario, secondo il quale ogni aspetto della vita è 1 o 0, giusto o sbagliato, bello o brutto. Una pericolosa semplificazione che non tiene conto del contesto e delle sfumature che ciascun argomento possiede.

Circuiti sovraccarichi

Per quale motivo siamo portati a dividere tutto in bianco o in nero?

Il cervello, lo sappiamo, è il marchingegno più potente che esista in natura. Ciononostante, come qualsiasi altro congegno, può vacillare se sottoposto ad una mole eccessiva di lavoro.

Questo accade sempre più spesso, in un contesto storico in cui abbiamo un’ampia scelta su ogni cosa. Al bar, ad esempio, possiamo chiedere un caffè espresso, un caffè lungo, macchiato, in vetro, con zucchero di canna o fruttosio.

Ne consegue che, ingolfato dalle mille decisioni giornaliere da prendere, il cervello attiva una sorta di meccanismo di difesa per ridurre al minimo il sovraccarico. Tramite questa distorsione cognitiva, il pensiero dicotomico appunto, si corre il rischio di eliminare le numerose sfaccettature del mondo che ci circonda.

 

Di conseguenza, un lavoro andato male sarà per forza di cose un fallimento su tutti i fronti, una persona scortese sarà sicuramente una persona cattiva e un cuoco che sbaglia una ricetta sarà senza dubbio un pessimo cuoco.

 

Questo funzionamento mentale di rimozione ci dona una superficiale e inesatta sensazione di sicurezza, e ci spinge a fossilizzarci su altrettanto superficiali e inesatte convinzioni.

 

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Pensieri pericolosi

Fin quando si tratta di scegliere quale caffè ordinare o quale film vedere al cinema, il pensiero dicotomico può essere anche d’aiuto per alleggerire il lavoro del nostro cervello, senza causare troppi danni.

 

Un’estremizzazione di questo concetto può però portare il pensatore daltonico a vedere il mondo con delle lenti distorsive e pericolose.

 

Ne sono ben consapevoli alcuni propagandisti che, facendo leva sulle pulsioni emotive più profonde dell’animo umano, radicalizzano alcuni aspetti della società per creare diffidenza e paura nei confronti di un obiettivo prestabilito.

Ecco che, sotto questa lente daltonica, tutti i musulmani diventano terroristi, tutti i napoletani sono camorristi e tutti gli stranieri vengono nel nostro paese a delinquere.

Rainbow Thinking

Oltre a creare solidi e insensati pregiudizi, il pensiero dicotomico ci preclude quell’ampia gamma di colori che rende il mondo un posto così unico e affascinante.

Questo porta ad un inaridimento della creatività, della fantasia e dell’empatia, con le conseguenti ripercussioni sullo sviluppo scientifico, sull’arte e sulla solidarietà tra gli uomini.

Solo sforzandoci di vedere le sfumature e i colori che sono in ogni cosa, siamo in grado di trarre il meglio da ogni esperienza e capire a fondo ogni situazione.

 

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In questo modo, un lavoro andato male ci darà gli spunti per migliorare, una persona scortese sarà probabilmente una buona persona che ha avuto una brutta giornata e un cuoco che sbaglia una ricetta sarà un buon cuoco che ha commesso un semplice errore.

Ricordiamo la filosofia cinese dello Yin e Yang: non può esserci il giorno senza la notte, la gioia senza il dolore, la luce senza il buio.

Ma ricordiamo anche che, come insegnano i latini, è nella terra di mezzo tra tutte queste estremità, nel delicato equilibrio tra due poli opposti, che l’uomo trova la virtù.

 

“Ero dentro e fuori, simultaneamente attratto e respinto dall’inesauribile varietà della vita” – Il Grande Gatsby – F.S. Fitzgerald


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game of colours
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Quando il lavoro si fa duro…i duri iniziano a giocare

game of colours

Nella nostra cultura, la voragine concettuale tra lavoro e gioco, è ampia e irriducibile almeno quanto quella tra le coste della Calabria e quelle della Sicilia.

Pochi temerari osano navigare le burrascose acque che dividono le due sponde, con l’obiettivo quasi utopico di unire sacrificio e divertimento.

Lavoratori disinteressati

L’incapacità (o l’impossibilità) di unire questi due aspetti fondamentali della nostra vita, porta a quella che viene oggi definita come employee engagement crisis: la perdita, da parte dei lavoratori dipendenti, di ogni forma di motivazione e soprattutto interesse in quel che fanno.

Quando il lavoro assopisce lo spirito, bisogna guardare al mondo dei giochi, per ritrovare coinvolgimento e motivazione

Le cause di questa perdita di entusiasmo?

Ritmi di lavoro insostenibili, l’assenza di comunicazione con il management, nessun riconoscimento o feedback, la difficoltà di trovare un obiettivo comune e ben preciso.

L’agenzia americana di analisi e consulenza del lavoro Gallup, ha stimato che nel mondo solo il 13% dei lavoratori dipendenti si sente engaged, ossia realmente coinvolto e interessato ai meccanismi e allo sviluppo della propria azienda.

Il lavoro è un gioco

Prendete una persona che conoscete e che è realmente entusiasta del suo lavoro. Tralasciando per un attimo il lato economico e il prestigio che una posizione lavorativa può presentare, quali sono gli aspetti che lo gratificano?

Probabilmente vi parlerà del piacere della sfida, del confronto o della sana competizione coi colleghi, del raggiungimento di un obiettivo e della ricompensa finale. Tutti aspetti che caratterizzano il divertimento prodotto da un gioco.

Non stiamo parlando del divertimento che si può provare ad una festa tra amici o ad uno spettacolo comico, bensì di una sorta di divertimento stimolante che è frutto di concentrazione, partecipazione e complessità.

Hard fun e Teoria del Flusso

Il pedagogista e informatico americano Seymour Papert, proprio per sottolineare la differenza tra i due tipi di divertimento descritti sopra, ha coniato il termine hard fun.

Hard fun, letteralmente “divertimento arduo”, indica uno stato di piacere generato dal cimentarsi e superare le difficoltà durante una prova complessa.

Prendiamo ad esempio un giocatore di scacchi: raramente ne vedrete uno sorridere e trotterellare durante un partita, ciò non toglie che il gioco gli provochi un’intensa soddisfazione, una trance agonistica che cancella per un breve periodo i segni della stanchezza, della fame e del sonno.

Il concetto di trance è ripreso dallo psicologo ungherese Mihály Csíkszentmihályi nella sua famosa teoria del flusso: una condizione durante la quale un’attività riesce a “monopolizzare” tutte le nostre attenzioni ed energie, facendoci perdere la cognizione del tempo e la percezione degli stimoli interni o esterni.

Così, allo stesso modo, il bambino che gioca ai videogiochi e l’artigiano che porta avanti con passione il suo lavoro, non si accorgono delle ore che passano leggere e piacevoli.

player chess and wine

Le regole del gioco

Per questo motivo, è importante operare una sorta di lucidicizzazione del lavoro, sottometterlo alle regole che sono proprie del “gioco impegnato” e che lo rendono tanto interessante e accattivante.

Seguendo le indicazioni di Csíkszentmihályi, possiamo elencare i fattori necessari affinché un lavoro sia stimolante e gratificante:

  • Avere chiari gli obiettivi: sapere cosa vogliamo raggiungere tramite il lavoro e in che modo

  • Feedback continui: il consiglio o la critica costruttiva di colleghi e superiori

 

  • Sfide alla portata: intraprendere lavori che siano effettivamente al nostro livello

 

  • Avere il controllo: essere attivi nei confronti del lavoro, e non subirlo passivamente

 

  • Imparare dagli errori: la possibilità di sapere dove abbiamo sbagliato e come evitare di ripetere l’errore in futuro

 

  • Ricompensa: il meritato premio e la gratifica personale

 

pic of rubic cube

Il lavoro, nel bene o nel male, impegna circa un terzo della nostra vita, ed è uno dei più importanti strumenti di autorealizzazione, sia dal punto di vista della crescita personale che del rapporto interpersonale.

Dovremmo tener ben presente che, così come per la crescita e lo sviluppo dei bambini, le regole del gioco ricoprono un ruolo di primo piano anche nella vita degli adulti, e magari tatuarci sulla pelle la saggia citazione che dice:

L’uomo non smette di giocare perché invecchia, ma invecchia perché smette di giocare.
George Bernard Shaw

 

 

 

picasso guernica daniele signoriello copywriter
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Di cosa parliamo quando parliamo di creatività

picasso guernica daniele signoriello copywriter

Quando sento definire una persona o un’idea creativa, mi viene la pelle d’oca.

Ciò che mi fa rabbrividire è la leggerezza con la quale troppo spesso si dà a questo concetto una parvenza di esclusività: la creatività vista come un lusso per pochi eletti, fortunati e senz’altro invidiabili.

Decantata, amata, invidiata e sottovalutata. La creatività è un dono del destino oppure una competenza che si apprende?

Ma davvero la capacità di creare o pensare nuove cose e nuove idee è facoltà esclusiva di artisti, intellettuali e grandi pensatori?

La creatività quotidiana

Personalmente, ho sempre visto la creatività non come un talento ricevuto in dono alla nascita, né tanto meno una competenza che si acquisisce con lo studio o tramite un preciso corso universitario. Certo, la si può affinare e soprattutto allenare, ma non imparare sui banchi di scuola come con la geografia o la storia.

Più plausibilmente, la creatività è un’ attitudine, una modalità di pensiero, un tipo di approccio alla vita in tutti i suoi aspetti.

Non è forse creativo il giovane innamorato che si ingegna, pur non essendo scrittore di professione, per creare una lettera d’amore alla sua bella?

Non è forse creativo l’imprenditore che, pur non facendo della creatività il suo pane quotidiano, se ne serve per dare vita e sussistenza alla sua impresa?

Vecchi ingredienti, nuove ricette

Cos’è, dunque, questa chimera che tanti professano, ostentano e inseguono?

Sintetizzando il pensiero del matematico, fisico e filosofo naturale francese Henri Poincaré, potremmo dire che la creatività è il processo con il quale si uniscono elementi già esistenti attraverso collegamenti del tutto nuovi.

La creatività, quindi, non ha a che fare tanto con la creazione di qualcosa (nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, no?), ma piuttosto con la capacità di trovare inediti punti di vista su qualcosa che è già stato inventato, nuove ricette per impastare vecchi ingredienti.

La creatività è la capacità di trovare inediti punti di vista su qualcosa che è già stato inventato, nuove ricette per impastare vecchi ingredienti.

creatività daniele signoriello copywriter

Le condizioni per la creatività si devono intrecciare: bisogna concentrarsi. Accettare conflitti e tensioni. Rinascere ogni giorno. Provare un senso di sé – Eric Fromm

Respira e lasciati ispirare

Mi è capitato più volte di sentire o leggere, all’interno di un contesto informatico, la frase “reinventare la ruota”. Ciò ha a che fare con l’inutilità, per i progettisti, di scervellarsi per creare qualcosa daccapo, quando qualcun altro l’ha precedentemente fatto.

Cosa c’entra questo con la creatività? I Rolling Stones, idoli di più generazioni che hanno rivoluzionato il rock, non hanno preso in prestito (o tratto ispirazione) dal blues di Muddy Waters e Robert Johnson?

Quentin Tarantino, tra i registi più apprezzati del nostro tempo, non ha forse attinto a piene mani nel repertorio cinematografico di grandi maestri come Sergio Leone o Jean-Pierre Melville?

In realtà, le potenzialità creative di un individuo sono strettamente legate alla sua capacità di lasciarsi influenzare dagli stimoli che lo circondano. Se prendessimo una persona e la lasciassimo vivere in una stanza vuota, senza libri, film o musica, sarebbe in grado di produrre qualcosa di bello?

“I buoni artisti copiano, i grandi rubano”
Pablo Picasso

Copia consapevolmente

D’accordo, questo non vuol dire che per essere creativi basti farsi bombardare passivamente dai prodotti della creatività altrui. Tanto meno la copia selvaggia (o meglio il plagio) del lavoro di qualcun altro può portare ad un risultato, se non ad una brutta figura o ad una denuncia di furto di proprietà intellettuale.

La creatività non è un processo meccanico, non la si impara a tavolino, come già detto.

Vedo la creatività come un grande frullatore: si prendono delle informazioni e degli stimoli, si aggiungono delle influenze e delle ispirazioni, un pizzico (si fa per dire) di concentrazione e tanta perseveranza.

Vi si aggiunge la competenza tecnica di un determinato campo: puoi essere creativo quanto vuoi, ma se non hai studiato architettura non sarai mai un Renzo Piano!

L’ingrediente segreto? L’insight, l’intuizione, la visione. La polvere magica che amalgama tutti gli ingredienti e crea il nuovo collegamento.

Si lascia sedimentare il tutto per un po’, magari lontano da ulteriori sovraccarichi di informazioni o stimoli. Questo è il motivo per il quale tanti artisti vivono dei periodi di isolamento. Alcuni altri, sono capaci di isolarsi, o meglio alienarsi, per cullare una propria idea anche in mezzo al caos.

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Clickbait: Yellow journalism 2.0

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Clickbait: yellow journalism 2.0

Il click facile che insozza il web

Il termine “clickbait” (letteralmente “click-esca”) indica una tecnica utilizzata da un numero sempre maggiore di pagine web e, specialmente, pagine e profili Facebook o Twitter, per spingere i lettori a cliccare su un determinato link e accedere al rispettivo contenuto.

Per catturare l’attenzione e instillare curiosità nel lettore, vengono proposti titoli sensazionali ed esagerati, a volte addirittura frasi lasciate a metà che promettono, una volta cliccato il link, di svelare i più intricati misteri e le più clamorose notizie.

Una sorta di cosìddetto “yellow journalism”, contraddistinto da notizie leggere, di attualità, scandalistiche, che catturano facilmente l’occhio di chi scorre la propria bacheca Social.

Ecco perchè, sempre più spesso, queste sono intrise di titoli eclatanti come “Guardate cosa stanno facendo a nostra insaputa!oppure “Il Governo nasconde quest’atroce verità!“.

clickbaitlibero

Un esempio di clickbait estremo da parte di Libero

Ma chi e quanto ci guadagna con il clickbait?

Il protagonisti di questo sistema pay-per-click sono tre:

  • Il lettore che, come abbiamo visto, si fa incuriosire dal titolo accattivante o dalla notizia lasciata a metà nell’intestazione
  • La pagina che genera o semplicemente condivide quel tipo di contenuto e in cui sono presenti gli annunci pubblicitari
  • L’investitore che inserisce il proprio annuncio pubblicitario nella pagina, e che paga in base ai click ricevuti da questa (e quindi in base alle persone che potenzialmente hanno visto il loro annuncio)

Un utilizzo “soft” e moderato del clickbait, è utilizzato ad esempio da testate giornalistiche e di informazione online come Wired o Huffington Post, che trovano in questa pratica un modo per produrre contenuti web in grado di auto-finanziarsi ed essere economicamente sostenibili .

Contenuti che, in linea di massima, presentano informazioni utili ed interessanti, scritti in maniera professionale e corredati da fonti attendibili.

Inutile dire che non sempre si fa del clickbait un utilizzo equilibrato e in barba anche alle più comuni regole del buon senso e del buon gusto, se ne estremizzano i termini, in cerca del massimo guadagno.

Un esempio significativo è rappresentato da Buzzfeed che, con più di 7 milioni di fans solo sulla pagina principale di Facebook (senza contare le varie digressioni, come Buzzfeed Food o Buzzfeed Video), conquista internet (e i suoi click) a suon di contenuti assurdi e di dubbia provenienza, catturando visibilità e popolarità per i propri investitori.

click bait fishing

Lo scenario più preoccupante è rappresentato da una sezione News delle nostre bacheche social piena di post, immagini e materiale in genere dalla scarsa qualità. Un’informazione sempre più superficiale e meno attendibile, che punta sempre più a catturare il click del lettore invece di proporre contenuti validi ed approfonditi.

Ovviamente c’è una grande responsabilità etica, e questa grava sia su chi i contenuti li crea o condivide, sia su chi decide di farsi allettare da un titolo scandalistico, regalando un click alla ricerca della soddisfazione al proprio curiosity gap.

Un’ancora di salvataggio alla qualità delle notizie la stanno lanciando colossi come Facebook e Google.

Sia il colosso di Palo Alto che quello di Cupertino modificano costantemente gli algoritmi che sono responsabili del come e quando un contenuto viene mostrato nella newsfeed (flusso di notizie) o nelle SERP (pagine dei risultati di ricerca) .

L’obiettivo è quello di favorire i contenuti che sono più utili agli utenti e che forniscono fonti diverse ed attendibili, tenendo conto infine anche del tempo che gli viene dedicato, penalizzando così i contenuti “usa e getta”.

Una buona notizia per l’informazione di qualità insomma, e una decisione che si spera possa essere condivisa al più presto dai Social Network più diffusi.

In attesa di ciò, possiamo fare affidamento su simpatiche ed encomiabili iniziative di alcuni utenti di Facebook, come quelli che hanno fondato la pagina “Spoilerare post che lasciano informazioni a metà“, dalla mission evidente e più che apprezzabile.

spoilerare post clickbait daniele signoriello copywriter

Un esempio dell’utile lavoro della pagina Facebook

viaggio sulla luna molies luna con cannocchiale
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Cinema e fantascienza

viaggio sulla luna molies luna con cannocchiale

Cinema e fantascienza

L’eterno gioco a rincorrersi verso il futuro

Il Cinema, forse più di ogni altra forma d’arte, hai il potere di traghettare il suo spettatore in un mondo parallelo, più o meno aderente a quello reale.


Da grandi poteri, si sa, derivano grandi responsabilità. La responsabilità del Cinema sta nel non limitarsi a raccontare una storia (passata o presente che sia) ma nel tentare di precederlase non inventarla.


È così che, sin dai tempi di Viaggio nella Luna di Méliès e Metropolis di Fritz Lang, il Cinema ha cominciato il suo infinito gioco di acchiapparello con la storia dell’umanità.
Un gioco fatto di rincorrersi, superarsi vicendevolmente e reciprocamente influenzarsi.


Attore coprotagonista di questo tango col Cinema, non può che essere la tecnologia, la sua evoluzione e il suo impatto sull’umanità tutta.

La fantascienza è narrativa dell’ipotesi, della congettura o dell’abduzione, e in tal senso è gioco scientifico per eccellenza, dato che ogni scienza funziona per congetture, ovvero per abduzioni.
Umberto Eco

 

Certo, di racconti fantascientifici o di premonizione ne è piena la narrativa, da secoli prima che il cinema vedesse la luce.

Ma è con l’invenzione dei fratelli Lumiere, con le immagini che sembrano venir fuori dallo schermo e che danno forma e colore e suono a ciò che prima era solo nell’immaginazione, che la narrazione fantascientifica conosce la sua più profonda rivoluzione.

Tuttavia, esiste un filone narrativo particolarmente vivo negli ultimi anni, che colpisce diritto nell’immaginario collettivo, forse perché più che mai vicino a ciò che potrebbe realmente avverarsi.

Quel filone di cui fanno parte opere come Her e Transcendence, o le serie tv di successo mondiale Mr. Robot e Black Mirror.

 

black mirror futuro e fantascienza

Perché questi film e serie tv hanno fatto breccia nel cuore di milioni di appassionati?

Gli autori che le hanno concepite hanno svolto un lavoro di minuziosa ricerca. Hanno scandagliato prima di tutto lo stato attuale delle cose, e tecnologie contemporanee e le loro più probabili (e spesso infauste) evoluzioni.

A questo hanno aggiunto la proiezione degli scenari più esasperati, o pericolosi o depravati.

L’ingrediente segreto? La contrapposizione etica tra ciò che rende umani gli essere umani e ciò che invece inchioda la tecnologia a mero strumento asservitogli.

La singolaritàl’intelligenza collettiva, quella artificiale. Sono solo alcuni dei campi di battaglia nello scontro etico tra chi professa la sua dedizione all’evoluzione tecnologica e chi invece, spaventato dalle possibili declinazioni negative, si auspica uno stallo.

Negli ultimi cento anni l’uomo si è tecnologicamente evoluto più di quanto avesse fatto nel resto della sua storia millenaria. Purtroppo però, la consapevolezza delle potenzialità e delle implicazioni del cambiamento in atto, non ha tenuto il passo con l’evoluzione tecnologica stessa.

È per questo motivo che ci troviamo oggi ad avere grandi mezzi tecnologici, ma allo stesso tempo grandi difficoltà al momento di sfruttarli adeguatamente.

Abbiamo una rete internet che avrebbe dovuto rendere il mondo un posto un po’ più piccolo, e invece spesso è un sottobosco di frustrazione e volgarità, che non fa altro che allontanare le persone.

Abbiamo accesso a miliardi di informazioni che corrispondono ad un antico Pozzo di Connla, ma continuiamo ad accontentarci di graffiare al massimo la superficie, disinteressati a cosa ci può essere sotto.

Black Mirror e le opere sorelle mettono a nudo la dilagante incapacità di buona parte del genere umano di far buon uso di ciò che di buono e salvifico offra la tecnologia.

Un’opera che punta i riflettori sulle zone d’ombra dell’immenso e incontrollato potenziale di un’evoluzione che, volenti o nolenti, ci sta profondamente cambiando la vita.

Il Cinema di fantascienza è due forti mani che ci scuotono le spalle e ci costringono a riflettere: è davvero questo l’utilizzo che vogliamo fare del più grande potenziale tecnologico di cui l’uomo sia mai stato in possesso?

Non corriamo il rischio di auto demolirci, proprio come se, appena scoperto il fuoco, l’uomo primitivo avesse cominciato a bruciare tutto quanto intorno a sé?

Stiamo cercando di rendere le macchine più simili all’uomo, ma se continuiamo così saremo noi a diventare delle macchine, degli automi.

Individui sempre connessi, con a disposizione tutto lo scibile umano, ma che sprecano il tutto per condividere gattini sui social o spiare il vicino.


 

bob dylan cover
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A scuola di storytelling da Bob Dylan

 

bob dylan cover

A scuola di storytelling da Bob Dylan

Da menestrello folk a premio Nobel

Se la decisione dell’Accademia Svedese di assegnare il Premio Nobel per la Letteratura al cantautore statunitense aveva generato scalpore, la scelta di Dylan di non ritirare il premio personalmente ha gettato nella bufera i discorsi riguardo alla prestigiosa onorificenza.

Mentre le motivazioni della mancata accettazione del premio restano oscure (un segno di protesta? un segno di pigrizia?), la riflessione che porta alla scelta di attribuire il premio al menestrello del folk può essere una buona occasione per capire cosa sia effettivamente lo storytelling di cui tutti parlano.

Vedere il nome di Dylan nella stessa lista insieme a personaggi del calibro di Gabriel Garcìa Màrquez, Pablo Neruda e il nostrano Luigi Pirandello, ha fatto storcere non pochi nasi. Questi nasi, sicuramente non collegati alle orecchie, non sono probabilmente riusciti ad annusare e a scovare la grandezza narrativa nascosta dietro le canzoni del cantautore di Hibbing.

Per capire il perché della scelta di Bob Dylan, bisogna capire prima come viene assegnato il Premio Nobel per la Letteratura: esso viene consegnato a chi ha fatto la differenza nel campo della letteratura mondiale che si sia maggiormente distinto per le sue opere in una direzione ideale…”. 

Certo, qui ci sarebbe da parlare per ore di cosa sia precisamente la letteratura. Il dizionario Treccani la descrive come “l’arte di leggere e scrivere; poi, la conoscenza di ciò che è stato affidato alla scrittura, quindi in genere cultura, dottrina”.

Un’altra interessante definizione può essere : L’insieme delle opere variamente fondate sui valori della parola e affidate alla scrittura, pertinenti a una cultura o civiltà, a un’epoca o a un genere”.

Trovare una definizione unica e precisa di letteratura, nell’accezione odierna del termine, può essere un’ardua impresa anche per lo studioso più coraggioso. Potremmo sintetizzare e dire che la letteratura è una forma di comunicazione scritta che ha l’obiettivo di trasmettere conoscenza riguardo ad una cultura o un periodo storico.

Questo ci porta dritti dritti alla spiegazione con la quale l’Accademia Svedese ha conferito il Nobel a Dylan: Il signor Bob Dylan, con le sue canzoni e le sue storie in versi, “ ha creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”.

Certo, limitarsi a parlare digrande tradizione della canzone americana” è riduttivo. Bob Dylan, attraverso le sue parole e le sue opere, ha profondamente rivoluzionato l’intera tradizione musicale mondiale. Non c’è angolo della terra dove la sua armonica non risuoni, non esiste paese libero che non passi i suoi canti di protesta alla radio, non c’è musicista che non abbia provato un misto di reverenza e frustrazione nel godere dei suoi lavori (citofonare De Gregori per maggiori informazioni).

bob dylan - premio nobel

Quindi, se il Premio Nobel viene assegnato a persone che si sono distinte nei diversi campi dello scibile, apportando considerevoli benefici all’umanità, in che modo questo riguarda il cantautore statunitense?

Nei suoi tanti anni di attività, Dylan è stato tante cose: icona nella lotta per i diritti umani, punto di riferimento per i movimenti contro la guerra, feticcio del rock e figura pop spesso criticata e tacciata di presunzione. Ciò che non è cambiata nel corso dei decenni, è la capacità del neo-vincitore del Premio Nobel per la Letteratura di raccontare storie, e di raccontarle maledettamente bene.

La forza evocativa delle parole e dei versi delle sue canzoni, la cura per i dettagli e per la struttura della narrazione non hanno niente da invidiare ai migliori maestri della narrativa mondiale.

Colpi di pistola risuonano nel bar notturno
entra Patty Valentine dal ballatoio
vede il barista in una pozza di sangue
grida “Mio Dio! Li hanno uccisi tutti!”
Ecco la storia di “Hurricane”
l’uomo che le autorità incolparono
per qualcosa che non aveva mai fatto
lo misero in prigione ma un tempo egli sarebbe potuto diventare
il campione del mondo

Hurricane – Desire (1976)

 

Testi spesso enigmatici, dal forte valore evocativo, dai significati nascosti dietro un muro di parole e immagini astratte.

Einstein camuffato da Robin Hood
con i suoi ricordi in un baule
è passato di qui un’ora fa
con il suo amico, un monaco geloso
Sembrava così immacolatamente spaventoso
mentre scroccava una sigaretta
Poi se ne n’è andato via annusando i tubi di scarico dell’acqua
e recitando l’alfabeto
Non lo penseresti mai a vederlo
ma era famoso tanto tempo fa
per suonare il violino elettrico
nel vicolo della desolazione
Desolation Row – Highway 61 Revisited (1965)

Parole di denuncia contro la guerra e le ingiustizie, che con la loro forza e la loro visceralità hanno appassionato e coinvolto milioni di persone in tutto il mondo per circa 50 anni.

Voi che non avete fatto altro
se non costruire per distruggere
giocate con il mio mondo
come fosse il vostro giocattolo
mettete un fucile nella mia mano
e vi nascondete al mio sguardo
vi voltate e scappate lontano
quando volano i proiettili

Master of war – The Freewheelin (1963)

Ascoltare una canzone di Bob Dylan, leggerne il testo, non è solo una lezione di storytelling per tutti gli aspiranti scrittori e poeti. È una vera e propria lezione di umanità ed empatia, un modo per entrare in contatto diretto con la moltitudine di storie che ci circondano, che sono allo stesso tempo così diverse ma così uguali alle nostre.

Ed è per queste ragioni, in conclusione, che il Premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan è un giusto riconoscimento per un poeta che ha saputo apportare considerevoli benefici all’umanità, raccontandoci storie di vita e di morte, di amori e delusioni, di gioie e dolori.

Venite scrittori e critici 
che profetizzate con le vostre penne 
e tenete gli occhi ben aperti 
l’occasione non tornerà 
e non parlate troppo presto 
perché la ruota sta ancora girando 
e non c’è nessuno che può dire 
chi sarà scelto. 
Perché il perdente adesso 
sarà il vincente di domani 
perché i tempi stanno cambiando.

Time they are a-changing – Time they are a-changing (1964)

pic of richard wright writer
Società

“Paura” di Richard Wright

pic of richard wright writer

Paura

di Richard Wright

“Vorrei scagliare le mie parole in questa oscurità e aspettare un eco , e se l’eco risuonasse,
non importa quanto debolmente , vorrei lanciare altre parole per dirlo: marciare,
combattere , per creare un senso di fame per la vita che rode in noi tutti.”

-Richard Wright (American Hunger, 1977)

 

Richard Nathaniel Wright nasce il 4 settembre del 1908 a pochi chilometri da Natchez, capoluogo della Contea di Adams, Missisipi.

Dopo un’infanzia caratterizzata da profondi traumi, tra cui l’abbandono del padre, una grave malattia della madre e l’assassinio di suo zio Silas da parte di persone bianche, si trasferisce prima a Greenwood (1918) e poi dalla nonna materna a Jackson (1920). La difficile convivenza, prima con gli zii e poi con la nonna, rei di costringerlo ad una vita fortemente improntata alla dedizione religiosa (più precisamente Avventista), instilleranno in Wright una profonda insofferenza nei confronti delle pratiche religiose e nel tentativo di trovare in esse una spiegazione, se non una soluzione, alle misere condizioni del popolo afroamericano in quegli anni.

Fu del 1916, infatti, la cosiddetta “Grande migrazione afrostatunitense”, che portò milioni di afroamericani ad emigrare dagli stati del sud, ancora fautori e conservatori una politica schiavista e razzista, verso gli stati del nord e dell’ovest.

Un anno dopo, nel 1917, nella cittadina di East St.Louis (Illinois) ebbero luogo violenti scontri tra afroamericani e americani bianchi. Questi, in rivolta contro le aziende del territorio che avevano assunto i neri come manovalanza (dato che molti bianchi erano partiti per il fronte della I guerra mondiale e nel frattempo non era ancora permesso ai neri di far parte dell’esercito) distrussero diversi palazzi e tolsero la vita ad un 14enne.

Nel 1921 fu Tulsa (Oklahoma) ad esser teatro di violenti scontri tra la popolazione bianca e quella nera. I due ospedali per persone di colore furono bruciati e più di 800 cittadini afroamericani rimasero feriti nei tafferugli. 39 persero la vita.

Wright crebbe dunque nel periodo più atroce e violento della Segregazione Razziale negli Stati Uniti.

” Essi odiano perché temono e hanno paura perché ritengono
che i sentimenti più profondi della loro vita vengono aggrediti e oltraggiati.
E non sanno perché; sono pedine impotenti di un gioco cieco delle forze sociali. “

-Richard Wright (Paura, 1940)

Molto criticato per la violenza e l’asprezza dei suoi scritti, Rirchard Wright fu uno dei primi scrittori – il primo afroamericano a dare alle stampe un best seller – a denunciare le umiliazioni, i soprusi, la segregazione e le ingiustizie perpetrate per decenni nei confronti di milioni di persone di colore. Uno dei primi militanti antirazzisti negli Stati Uniti, che grazie a capolavori autobiografici come Ragazzo Negro, riuscì a sensibilizzare migliaia di persone alla situazione dei neri d’America.

Ma in Paura (Native Son, 1940), forse il suo lavoro più criticato, Wright fece qualcosa di più.

Paura è infatti un’opera di scandagliamento della psiche umana. L’autore, con spietata precisione, non si accontenta di trascrivere superficialmente il rapporto di causa effetto che intercorre tra le barbarie subite dal popolo afroamericano e le relative conseguenze.

Wright propone una visione, quanto mai profonda e cristallina, di quelli che sono i meccanismi della mente umana e di ciò che può portare un individuo qualunque, se messo alla strette, se portato all’esasperazione, a compiere un atto disumano e violento.

Bigger Thomas, protagonista del romanzo di Wright, è un ragazzo nero di una famiglia estremamente povera e che passa le sue giornate tra piccoli lavoretti, più o meno legali, la sua ragazza Bessie e i suoi amici. Quando trova un lavoro presso una facoltosa famiglia bianca della sua città, le cose sembrano cambiare in meglio per lui e la sua famiglia.

Una serie di eventi portano Bigger a fare i conti con i pregiudizi, l’odio razziale e l’oppressione in cui versavano gli afroamericani di metà del XX secolo. Ma soprattutto, e in questo sta la vera grandezza del romando di Wright, il lettore viene portato, in un continuo moto di empatia, a provare ciò che il protagonista prova sulla propria pelle.

Esso soffre, fugge, impreca, odia, combatte e alla fine si arrende all’ineluttabile realtà:

“La violenza è una necessità personale per gli oppressi…Non è una strategia consapevolmente messa a punto. E’ la più profonda espressione istintiva di una individualità negata all’essere umano. “

Nella violenza di Bigger non c’è la sua colpa, non solo. C’è la colpa di chi per anni, decenni, secoli, ha schiavizzato e sottomesso un popolo.

C’è la colpa di chi ha trattato persone alla stregua di essere inferiori e indegni.

C’è la colpa di chi ha privato della dignità e della libertà i propri simili.

C’è la colpa di chi ha taciuto nell’assistere a tutto ciò.

La colpa di chi gli ha negato i diritti fondamentali.

L’assassino non è Bigger, ma la società che ha reso possibile e purtroppo necessario che egli avesse quella paura, una paura così ancestrale e profonda da esulare da qualunque imputazione umana.

Un romanzo quanto mai attuale, quello di Wright, che è un inno e un invito all’empatia e alla riflessione sulle condizioni umane e sulla loro genesi.

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Comunicazione & Marketing

Bufale sul web

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Bufale sul web

Se le (ri)conosci, le eviti

Quando si parla di bufala ci si riferisce ad una notizia falsa, interamente o parzialmente, che non presenta fonti attendibili e/o confutabili.

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Vi sarà capitato, girovagando tra web e Social Network, di imbattervi nell’immagine postata qui sopra, magari corredata da un appello scritto a lettere cubitali che invoca pietà e indignazione nei confronti di questi poveri gattini e, allo stesso tempo, vendetta e punizioni per l’artefice di questa tortura.

Ecco, questa è la bufala che prenderemo in esempio, una tra le migliaia di bufale che viaggiano indisturbate per il web, nonché una delle prime, per capire come sono fatte, come scoprirle e perché è fondamentale farlo.

La storia di bonsaikitten.com

Nel 2000, un gruppo di studenti del M.I.T., pubblicò il sito bonsaikitten.com, il quale riportava le istruzioni per poter allevare dei gatti in recipienti di vetro, facendo in modo che prendessero la forma proprio del contenitore, esattamente come per i famosi alberi bonsai della tradizione giapponese.

Inutile dire che molte persone, senza preoccuparsi di controllare la veridicità della notizia né le rispettive fonti, gridarono allo scandalo, mobilitando addirittura associazioni animaliste e dando vita ad un movimento online per suscitare l’indignazione dell’opinione pubblica.

In questo semplice ma ben congegnato scherzo da ragazzi, c’è l’essenza di quella che è una bufala sul web e della gigantesca portata che può assumere .

Di scherzi ben studiati e ben riusciti ce ne sono stati a bizzeffe, anche prima di internet, e ne sanno qualcosa i ragazzi delle teste di Modigliani, che fecero sorridere tutta Italia e arrossire di imbarazzo qualche accademico.

E allora come mai una bufala online non deve essere sottovalutata, ma bisogna bensì impegnarsi affinché venga smascherata?

Una delle caratteristiche che fanno dell’internet il meraviglioso posto quale esso è, risiede nella possibilità di dare a tutti un modo per esprimersi e comunicare i propri pensieri e la propria creatività.

Troppo spesso però, questo potentissimo mezzo viene messo alla mercé non solo di goliardiche intenzioni, ma anche di subdoli progetti che mirano a diffondere volutamente disinformazione, paura e diffidenza.

È il caso delle tante bufale nate negli ultimi anni che riguardano le problematiche più disparate, dalla politica alla medicina, dall’immigrazione alla religione.

Notizie fasulle, come quelle sui presunti studi che collegherebbero i vaccini all’autismo, o di una mortale quanto inesistente calamità naturale dall’altra parte del mondo, sono solo alcuni esempi.

Informazioni messe in circolo a caccia di un click o una condivisione, nella più blanda delle ipotesi. Non di rado però, la bufala è la via più veloce e virale con la quale attirare l’attenzione nei confronti di un determinato argomento, sfruttando i potenti metodi di condivisione e riproduzione messi a disposizione dal web e in particolare dai Social Network.

Una volta innescata la scintilla, la bufala attinge alle paure e le preoccupazioni di chi, senza controllarne provenienza e riferimenti, la condivide e ne fa una scheggia impazzita e virale per il web.

Così, mentre la notizia (falsa) che Nostradamus avesse previsto gli attacchi a Parigi può stupire, la notizia (falsa) che un dirigente scolastico avrebbe vietato il crocefisso nella scuola può indignare, ci sono notizie bufala che possono gettare benzina su incandescenti questioni di fondamentale importanza, come la guerra in medio-oriente, Isis e immigrazione.

Come si fa, allora, a smascherare una bufala?

Per smascherare una bufala potrebbero essere sufficienti le più normali accortezze dettate dal buon senso.

E’ importante, prima di dare per vera una notizia e quindi condividerla (sul web ma anche nella vita reale), porsi queste domande:

  1. Chi ha pubblicato la notizia?
    Una testata giornalistica o una pagina d’ informazione conosciuta e che normalmente genera contenuti attendibili?
    La pagina di “Repubblica” è, in linea di massima, più attendibile di un’ignota www.pincopallino.it.
  2. Chi l’ha condivisa?
    E’ una pagina/persona/organizzazione affidabile, esperta nell’argomento di cui tratta la notizia?
  3. Sono citate delle fonti? Quante? Sono attendibili?
    Parlare di un medicinale inutile o dannoso e citare come fonte l’O.M.S. può essere sintomo di affidabilità di una notizia. Citare il blog di un opinionista no.
  4. Qualcuno ha già confutato la notizia?
    Un altro sito o un esperto dell’argomento ha detto la sua riguardo alla notizia, motivando la sua opinione e apportando valide fonti?
  5. La notizia è plausibile?
    Certo, con gli enormi progressi della tecnologia e della medicina, la linea tra credibile e incredibile è molto sottile, ma di un gattino che cresce in una bottiglia di vetro si può senza sforzo dubitare, no?

Questa è una lista ovviamente non esaustiva, ma che affiancata ad una buona dose di intelligenza critica e di buon senso può evitare la diffusione ( se non la nascita) di una bufala che potrebbe avere effetti pericolosi.

Fortunatamente, di pari passo alla nascita di nuove e sempre più fantasiose bufale, sono nati anche siti e pagine social che mirano smascherare le notizie fasulle che girano in rete. Ne sono un esempio pagine come Bufale un tanto al chilo e Bufale.net, ormai da anni in prima linea nell’agguerrita battaglia contro bufale e clickbait.

 

Search engine optimiazion
Comunicazione & Marketing

Search Engine Optimization

Search engine optimiazion

Search Engine Optimization

I’ts a long way to the top

SEO è l’acronimo di Search Engine Optimization, ossia “ottimizzazione per i motori di ricerca”. Ma cosa vuol dire precisamente?

I motori di ricerca negli ultimi anni sono diventati una sorta di pozzo infinito di conoscenza. Ci rivolgiamo a loro per ogni curiosità, dubbio o informazione che abbiamo bisogno di soddisfare.

Le statistiche dicono che, solo in Italia, il 90% di chi usa regolarmente internet si rivolge quotidianamente ai motori di ricerca per trovare ciò di cui ha bisogno.

E allora ecco che i motori di ricerca diventano una vera e propria porta di accesso per il web: basta digitare poche semplici parole in quella barra bianca e ci troviamo subito catapultati in uno spazio di miliardi di dati.

Questa miriade di dati sarebbe oltremodo dispersiva, presentata così com’è ad utente. Ecco perché esistono le SERP (Search Engine Results Page – Pagina dei risultati dei motori di ricerca).

pearljamserp

La SERP quindi non è altro che una pagina di risultati per una determinata parola chiave (detta keyword, in questo caso “Pearl Jam”). La SERP comprende diversi tipi di risultati: siti web, immagini, video e altro ancora.

La domanda quindi è: in base a quale criterio viene deciso l’ordine in cui i risultati sono ordinati?

La risposta è molto semplice: SEO!

Google (che utilizziamo come esempio perché il motore di ricerca più usato al mondo) si serve di programmi (chiamati crawler o spider) che passano tutto il giorno ad analizzare i siti web online.

Ecco una lista breve e assolutamente non esaustiva di ciò che Google analizza al fine di analizzare un sito:

  • Il dominio del sito e la sua longevità
  • l’URL del sito
  • il traffico di visitatori
  • la struttura html
  • la presenza e la ricorrenza di determinate keyword
  • il tempo di permanenza degli utenti
  • … e molto molto altro

SEO: posizionamento organico o AdWords

È comprensibile fare confusione tra SEO e una campagna AdWords. Entrambe fanno parte della stessa famiglia chiamata SEM (Search Engine Marketing), ma presentano delle sostanziali differenze.

L’obiettivo della SEO è dunque quello di costruire e gestire un sito in modo che i motori di ricerca lo trovino interessante e utile, così da indicizzarlo e posizionarlo tra i primi risultati della SERP.

Una campagna AdWords consiste, detto in soldoni, nell’acquistare uno “spazio” in cima ai risultati delle ricerche. Il costo dipende dalla concorrenza sulla keyword scelta: ovviamente comprare un posto per la keyword “assicurazione auto” sarà più costoso che per una keyword come “albergo Poggibonsi”. La prima è una ricerca molto più comune e quindi ci saranno molti più concorrenti in lizza per il primo posto.

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Una campagna AdWords è ovviamente limitata nel tempo e il suo costo dipende appunto dal periodo e dalla concorrenza per quella determinata parola chiave. La SEO è invece un’insieme di tecniche che mira ad ottenere il posizionamento nei primi posti dei risultati senza dover pagare.

SEO: perché è fondamentale?

Perché il 91% di chi fa un ricerca su Google si ferma alla prima pagina dei risultati. Il 4% degli utenti si spinge fino alla seconda pagina, meno dell’1% osa arrivare alla terza.

Ecco da dove nasce il detto “il miglior posto dove nascondere un cadavere è la seconda pagina di Google”.

Facciamo un breve esempio, per capire meglio.

Supponiamo di voler mettere online il sito del nostro negozio di scarpe con sede a Poggibonsi (lo ammetto, mi piace il suono di questa parola).

Dall’altra parte c’è un signor Pino qualunque, residente proprio a Poggibonsi, che è alla ricerca di un paio di scarpe per il matrimonio di sua figlia.

Il signor Pino non conosce un negozio di scarpe ben fornito nella zona, quindi si rivolge a Google, e chiede: negozio di scarpe Poggibonsi.

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Probabilmente nei primi risultati ci saranno dei siti che hanno pagato Google per esser lì, e che riportano la dicitura “annunci”. Ma questo ora non ci interessa, noi vogliamo essere nei primi risultati senza dover pagare Big G.

In questo caso, l’applicazione delle regole SEO ci viene in aiuto.

Quando gli spider di cui sopra passeranno per il nostro sito, troveranno una struttura html ottimizzata, la keyword “scarpe Poggibonsi”, dei contenuti testuali interessanti, dei collegamenti ai social funzionanti ecc ecc, non potranno far altro che ritenere il sito utile per gli utenti e quindi proporlo tra i primi risultati della SERP.

Certo, la SEO non è una scienza lineare ed esatta, e i fattori che influenzano il posizionamento sono centinaia, come puoi vedere in questa lista di aspetti importanti per il posizionamento.

Ciò non toglie che presentare a Google un sito ottimizzato, accessibile (anche alle persone non vedenti) e attendibile, ci renderà la vita molto più semplice nella corsa al posizionamento.

Questa è ovviamente solo un’introduzione all’intrigato e complicato mondo dei motori di ricerca, delle SERP e della SEO.

Diritto all'oblio-daniele signoriello-copywriter
Società

Diritto all’oblio

Diritto all'oblio-daniele signoriello-copywriter

Diritto all’oblio

Di diritto all’oblio o diritto all’essere dimenticati online se ne parla ormai da qualche anno e migliaia di opinioni sono state spese per capire se sia giusto o meno avere la possibilità di richiedere la cancellazione delle proprie tracce dal web.

Il diritto ad essere dimenticati online è la possibilità di cancellare, anche a distanza di anni, dagli archivi online, il materiale che può risultare sconveniente e dannoso per soggetti che sono stati protagonisti in passato di fatti di cronaca
Tratto da Wikipedia

Chi potrebbe avere interesse ad avanzare tale richiesta e perché questo potrebbe sollevare, in alcuni casi, una questione etica?

Siamo spesso portati a pensare che la potenza di internet, la sua principale caratteristica, risieda nella possibilità di eliminare le distanze ed interconnettere i quattro angoli della terra in una manciata di decimi di secondo, e nella capacità di offrire, a chi abbia accesso alla rete, un archivio infinito di informazioni e conoscenza.

Questo è ovviamente corretto, ma non esaustivo.

Ciò che spesso passa in secondo piano, se non del tutto ignorato, è la persistenza di queste informazioni sul web.

La capacità della rete di immagazzinare permanentemente le informazioni è al centro di diversi dibattiti, etici e giuridici, quali la privacy e il trattamento dei dati personali, la proprietà delle pagine social personali e, appunto, del diritto all’oblio.

In molti, anche chi non fa dell’informatica il suo pane quotidiano, avranno sentito la frase: quando cancelli i file dal pc, non li cancelli definitivamente.

In effetti, una volta cestinato un file, resta comunque la possibilità di recuperarlo, fino a quando la sua locazione di memoria non verrà sovrascritta o non si utilizzino specifici software per la cancellazione definitiva.

Questo è possibile perché quel determinato file è presente fisicamente sul nostro computer.

Con l’internet, il discorso è più complesso e spigoloso.


Una volta immesse delle informazioni in rete, esse prendono parte all’immenso e aggrovigliato calderone di dati che compone il database dell’internet.

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La criticità sta proprio nella difficoltà nel sapere dove queste informazioni atterrano, chi ne entra in possesso e chi (o cosa) può farne una copia.

Ciò significa che anche dopo la cancellazione di un articolo, una foto o di un account, le informazioni date in pasto alla rete restano comunque nella rete, più o meno visibili tramite i motori di ricerca, più o meno facili da reperire.

La conoscenza, il passato, la storia di ciascuno, restano permanenti a sfidare il tempo e la materialità: impedendo alle informazioni di scomparire, alla memoria di dissolversi e, mancando il processo catartico del dimenticare, agli individui di “alleggerirsi” del passato.”

Antonello Soro – Presidente dell’autorità Garante per la protezione dei dati personali 

Ma chi potrebbe avere interesse a cancellare delle informazioni sul proprio conto presenti online?

Le variabili sono infinite e i casi possono essere i più disparati.

Può esserci la persona intenzionata a nascondere una qualche figura imbarazzante.

C’è inoltre chi semplicemente si ravvede e, preoccupato dalla permanenza di informazioni sensibili, e l’impossibilità di controllarle online, vorrebbe eliminarle.

C’è chi, e questo è il caso che ha sollevato polemiche nei confronti del diritto all’oblio, potrebbe avere interesse nel cancellare dati scomodi, riguardanti illeciti penali o frodi fiscali.

In quest’ultimo caso, cosa è più importante: il diritto della persona a tenere velati i propri trascorsi, o il diritto della società a sapere con chi ha a che fare?

La questione si fa più complessa, se consideriamo quanto sia diffusa ormai l’abitudine di cercare, tramite motori di ricerca online, informazioni sulla reputazione di un determinato individuo.

Ed è proprio qui che nasce la questione etica.

La storia è un diritto umano e una delle cose peggiori che una persona può fare è tentare di usare la forza per metterne a tacere un’altra. Sto sotto i riflettori da un bel po‘ di tempo. Alcune persone dicono cose buone e alcune persone dicono cose cattive. Questa è storia e non userei mai un procedimento legale come questo per cercare di nascondere la verità”.

Jimmy Wales – Fondatore di Wikipedia

È giusto dunque permettere ad una persona di cancellare un passato scomodo o imbarazzante?

Oggi che i motori di ricerca ,e il web in generale, hanno rimpiazzato quasi del tutto giornali cartacei ed enciclopedie nel loro ruolo di principale fonte di informazione, è corretto concedere la facoltà ad un individuo di nascondere, a chi potrebbe essere interessato, qualcosa di compromettente?

Una sentenza della Corte di Giustizia Europea del 13 maggio 2014 (causa Costeja Gonzalese e AEPD contro Google Spain e Google Inc.) riconosce a ciascun individuo la facoltà di richiedere l’oblio dei dati che lo riguardano.

Una decisione che ha fatto scalpore e che trova una forte contestazione, tra gli altri, di colossi del web come Google e Wikipedia.

La sentenza della Corte di Giustizia europea sta minando la capacità del mondo di accedere a notizie accurate e verificabili su persone ed eventi. La Corte Ue ha abbandonato la propria responsabilità di proteggere uno dei diritti più importanti e universali: il diritto di cercare, ricevere e diffondere informazioni”

Lila Tretikov – Direttore Esecutivo Wikimedia Foundation

Il motore di ricerca più utilizzato al mondo ha messo a disposizione a questo link il modulo per avanzare la richiesta all’oblio. Sarà Google, tramite le linee guida della Corte di Giustizia Europea, a decidere come e quando procedere.

Al link sopra riportato si può infatti leggere:

Durante la valutazione della richiesta stabiliremo se i risultati includono informazioni obsolete sull’utente e se le informazioni sono di interesse pubblico. Ad esempio, potremmo decidere di non rimuovere determinate informazioni che siano recenti o che riguardino frodi finanziarie, negligenza professionale, condanne penali o la condotta pubblica di funzionari statali.”

Rimane quindi discrezione del motore di ricerca cosa de-indicizzare e cosa invece lasciare fruibile al pubblico.

Bisogna tener conto che, anche nel caso in cui la richiesta all’oblio venisse accettata, Google nasconderà solo i risultati collegati al nome della persona che ne ha fatto richiesta, ma non i risultati raggiungibili tramite altre chiavi di ricerca. Inoltre, dato che la sentenza si applica (ovviamente) solo all’Europa, per accedere ai dati obliati potrebbe essere sufficiente accedere al portale tramite il dominio .com, data l’impossibilità di estendere la giurisdizione anche a domini non appartenenti all’Unione Europea.

L’azienda di Mountain View ha reso noti i dati delle richieste di oblio in Europa dalla famosa sentenza ad oggi:

diritto all'oblio- daniele signoriello- copywriter

Tratto dal Report sulla Trasparenza di Google

A dicembre anche Microsoft, con il suo motore di ricerca Bing, rende possibile inoltre una richiesta all’oblio.

Un lungo e difficile dibattito i susseguirà nei prossimi anni riguardo al diritto all’oblio e le sue implicazioni morali e legali. Da una parte, chi vede nel diritto all’oblio una pratica di pericolosa censura che potrà essere deleteria alla memoria digitale dell’uomo.

Dall’altra parte del fiume, chi vorrebbe concedere ad ogni individuo il pieno controllo della sua storia, anche online, col rischio però di favorire chi voglia nascondere qualcosa di agghiacciante o semplice imbarazzante.

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