Il mio blog

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L’insostenibile leggerezza della stupidità

Perché gli stupidi sono più felici?

Si sente spesso la frase fatta “gli stupidi sono più felici”. La si sente così tante volte, da così tante persone così diverse tra loro, così diametralmente opposte ma allo stesso tempo unite da questa legge senza tempo: chi è più stupido è più felice, o quantomeno così sembra, ostentando una invidiabile spensieratezza.

Ma allora, se la pensano proprio tutti così, sarà mica vero? Esisterà un qualche oscuro paradigma, un’ignota e misteriosa legge naturale che chi meno sa e meglio sta?

Partiamo dal nostro cervello, tanto ha tutto origine da lì, in un modo o nell’altro!

Partiamo dal presupposto che l’essere umano è un animale pigro, e in quanto tale cerca in tutti i modi di evitarsi lavoro inutile o quantomeno…evitabile.


Il pilota automatico

Basti pensare alla quantità di scelte, dalle più piccole alle più serie, che siamo invitati o costretti a prendere ogni giorno: Coca o Pepsi? Shampoo al mirtillo o all’Argan? Maglia rossa o maglia gialla?

Dozzine e dozzine di scelte inutili (o quasi) che succhiano via energia e concentrazione al nostro cervello.

Ecco che il nostro meraviglioso elaboratore naturale si trova a riciclare tutte le nozioni assunte in passato: ricorda che il fuoco brucia, non c’è bisogno di mettere in discussione ogni volta la sua pericolosità mettendoci una mano sopra.

È ormai famosa la decisione di alcuni uomini di successo di rinunciare alla giornaliera scelta d’abito e salvarsi dalla relativa decision fatigue.

Steve Jobs e Mark Zuckerberg hanno fatto scorta di una serie di vestiti tutti identici tra loro, per evitare di sprecare tempo ed energie ogni giorno davanti allo specchio, cercando di scegliere quale t-shirt si abbini meglio con le sneaker e i jeans.

Esagerazioni new age a parte, la necessità di “alleggerire” la mole di lavoro del nostro cervello è sempre più solida nella nostra società.


Il risparmio energetico

Come ci aiuta questo a capire il legame tra stupidità e spensieratezza?

Sorella dell’ignoranza, dalla quale si discosta però in maniera netta, la definizione di stupidità è piuttosto ampia e non del tutto chiara, e tocca argomenti come l’istintività e l’incapacità di fare o pensare in maniera costruttiva.

Se si dovesse dare una definizione alla stupidità, la si potrebbe descrivere come la cieca assenza di pensiero critico.

Insomma, chi è stupido è sicuro e non mette in discussione nulla, si nutre di pensiero daltonico e quindi di pregiudizi. Il suo atteggiamento è come quello dei cavalli, che bardati dei paraocchi, non vedono altro che la strada che qualcun altro ha deciso per loro.

Questo li rende chiusi mentalmente, ottusi, resistenti ai cambiamenti. Allo stesso tempo, questa incapacità (o non volontà) di recepire nuovi stimoli, permette allo stupido di risparmiare parecchie energie cerebrali.

Non scende nel profondo degli argomenti, lo stupido, non rimugina e non si scervella per trovare il bandolo della matassa di qualche grattacapo.

Funzionando con una sorta di “risparmio energetico”, è in grado di fare scorta di energie mentali. Ecco il motivo per il quale lo stupido sembra essere sempre più spensierato, certo delle sue convinzioni e sicuro di sé.

“La stupidità deriva dall’avere una risposta per ogni cosa. La saggezza deriva dall’avere, per ogni cosa, una domanda.”
Milan Kundera

William Girometti "La stupidità, un male inguaribile", 1973

William Girometti “La stupidità, un male inguaribile”, 1973

Il veleno e l’antidoto

Il pericolo numero uno, in una società sempre connessa attraverso internet e i Social, è l’amplificazione di questo “veleno”.

Lo stupido, in quanto tale, non cerca sul web l’antidoto e la terapia al suo problema, non cerca una via di fuga dal suo pensiero in bianco e nero.

Piuttosto preferisce crearsi un suo ecosistema artificiale, una cassa di risonanza della sua stupidità, continuando a comunicare e a recepire informazioni solo con e dalle persone con lo stesso modus pensandi.

Le cerchie di Google+, gli algoritmi di Facebook e Google ci spingono a fruire solo ed esclusivamente di contenuti che sono in linea con il nostro modo di pensare e il nostro punto di vista.

Il crepuscolo del pensiero critico passa attraverso le bacheche dei nostri Social, silenzioso e inosservato, penetrando la nostra quotidianità un post alla volta.

“Abbiamo tutti una tendenza inconsapevole ad allontanare dalla nostra mente ciò che si prepara a contraddirla, in politica come in filosofia. Avremo un’attenzione selettiva verso ciò che favorisce le nostre idee e una disattenzione selettiva verso ciò che le sfavorisce.”
Edgar Morin

Esiste un antidoto?

Basterebbe sforzarsi di capire e cogliere l’attimo in cui il nostro cervello mette il pilota automatico per risparmiare energie. Sforzarci di prendere delle decisioni e farci delle idee in base a ragionamenti sempre nuovi e influenzati da informazioni sempre aggiornate.

Scavare la superficie delle cose per scoprirne la vera essenza, al di là della nebbia dei pregiudizi facili e meccanici, funzionando sempre meno da automi e sempre più da essere umani pensanti e critici.

Magari, il significato più profondo del famoso “Think Different”, non è un invito a pensare differentemente dalla massa, ma a pensare differentemente da se stessi.

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Sindrome di Stendhal: la bellezza sconvolgerà il mondo

Il principe Miškin, personaggio de “L’Idiota” di Dostoevskij, pronuncia poche parole destinare ad imprimersi nell’immaginario mondiale e attraversare i secoli con un’immutata validità:

la bellezza salverà il mondo

vangogh-starry-night

Che cosa sia la bellezza, quale sia la sua precisa definizione e la sua più profonda natura, è oggetto di infinte discussioni e tanta confusione (bellezza soggettiva o bellezza oggettiva?).

Il dizionario Treccani fa un’interessante precisazione, dicendo che la bellezza è “qualità di ciò che appare o è ritenuto bello ai sensi e all’anima”. Nel processo di “fruizione” della bellezza, esistono infatti tre componenti ben distinte, che potremmo dividere in:

Strumenti, che sono i nostri cinque sensi, ossia i mezzi con i quali la percepiamo. Con gli occhi vediamo un quadro, con le orecchie ascoltiamo una canzone, con la bocca assaggiamo un sapore, con il tatto accarezziamo una superficie e con il naso catturiamo un profumo;

Parametri, con i quali la valutiamo e la incastoniamo in una determinata categoria. I parametri sono fortemente influenzati dal periodo storico e dall’ambiente che ci circonda, nel momento in cui ci troviamo di fronte alla bellezza. Ecco perché, per chi è fortemente legato ai parametri di valutazione e della moda del tempo in cui vive, è complicato godere di una bellezza che ha origine in un lontano passato o che immagina un intangibile futuro;

Sensazioni, con le quali la “sentiamo” la bellezza e dalle quali ci facciamo rapire. Queste sensazioni nulla hanno a che vedere con forme, regole o mode, ma trovano rispecchiamento nell’identità più intima di ognuno di noi.

La bellezza, figlia della natura e dell’arte, sa assumere un miriade di forme diverse, alcune delle quali impetuose e travolgenti per l’animo umano più sensibile.

Amore e Psiche - Antonio Canova - Museo del Louvre

Amore e Psiche – Antonio Canova – Museo del Louvre

Stendhal e gli studi sulla sindrome

Una tradizione in voga nell’Europa continentale del XVII, voleva che i giovani aristocratici intraprendessero un viaggio – della durata di mesi o addirittura anni – all’interno del continente europeo, con l’obiettivo di accrescere conoscenze ed esperienze di vita.

Spesso questo viaggio, detto Gran Tour, aveva come destinazione finale l’Italia. Ecco perché, nel 1817, lo scrittore francese Marie-Henri Beyle, noto come Stendhal, si trovò a scrivere delle bellezze della nostra penisola nel suo “Roma, Napoli, Firenze”.


“Ero arrivato a quel punto di emozione dove si incontrano le sensazioni celestiali date dalle belle arti e i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, avevo una pulsazione di cuore, quelli che a Berlino chiamano nervi: la vita in me era esaurita, camminavo col timore di cadere”

Ecco la prima testimonianza di quella che è attualmente conosciuta proprio col nome di Sindrome di Stendhal: uno stato di turbamento e di malessere, causato dal trovarsi al cospetto di un’opera d’arte di bellezza sconvolgente e pietrificante.

A coniare questa definizione però, più di un secolo e mezzo dopo, sarà la psicanalista fiorentina Graziella Margherini, decisa ad approfondire questo argomento e trovarne una conferma scientifica, affascinata dagli scritti di Stendhal e da alcuni curiosi avvenimenti a cui aveva assistito.

Intorno agli anni ’80, Margherini era infatti psichiatra responsabile del Servizio per la salute mentale dell’Arcispedale di Santa Maria Nuova di Firenze:

“fui molto colpita, insieme ad altri miei colleghi, dal fenomeno ripetuto di arrivi d’urgenza di persone colpite da disturbi psichici improvvisi (…) erano tutte persone in viaggio, tutte straniere e tutte partite da casa in uno stato di benessere o di compenso psichico. Il fenomeno ci pareva assolutamente degno di approfondimento, così vi abbiamo dedicato uno studio decennale, operando anche un’indagine su un campione di controllo.”

Proprio come Stendhal, queste persone provano una sensazione di estasi mistica, un annichilimento di fronte a una dose di bellezza troppo potente e ingestibile. Lo studio della dottoressa Margherini ha inoltre evidenziato che la maggior parte dei malati di bellezza è costituita da viaggiatori singoli, individui da una cultura medio-alta che si trovano in cammino per studiare e godere delle bellezze artistiche del nostro paese.

La storia è piena di artisti folli che hanno trovato una cura attraverso l’arte, ma è tuttavia possibile impazzire a causa di quella stessa medicina? Cosa prova chi, ascoltando Mozart o ammirando una scultura del Bernini, è vittima di questa vertigine magica?

Malati di bellezza

Prendendo spunto dallo studio decennale del team di Firenze, si può accennare ai sintomi di quella che a tutti gli effetti non è una patologia, ma piuttosto un disturbo psicosomatico. Esso attecchisce solo a determinati tipi di personalità – particolarmente sensibili all’arte e alla bellezza – e in specifici ambienti in cui queste sono immerse, come luoghi ricchi di stimoli o di opere d’arte.

I sintomi, che hanno carattere temporaneo e svaniscono una volta abbandonati i suddetti luoghi, comprendono crisi di panico, ansia, palpitazioni e un vago senso di irrealtà. Solo in casi più gravi, la Sindrome di Stendhal ha generato crisi di pianto, angoscia e depressione.

Qualcosa di analogo, ma che assume spesso connotati più negativi, è rappresentato dalla Sindrome di Parigi, che colpisce quasi esclusivamente i turisti giapponesi in visita alla capitale francese. I sintomi, simili a quelli della sindrome di Stendhal, nascono però dalla delusione dei nipponici nel percepire una profonda differenza tra l’immagine che si ha della città europea in Giappone e la realtà dei fatti.

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L’esperimento

Ad approfondire l’argomento e cercare di capire se la Sindrome di Stendhal abbia dei fondamenti scientifici e non sia solo un’intrigante leggenda, ci ha provato un esperimento tenuto presso la cappella affrescata da Benozzo Gozzoli in Palazzo Medici Riccardi a Firenze. Durante l’esperimento, i visitatori sono stati sottoposti a rilevazioni biofisiche, per comprendere l’effetto che ha l’arte e la bellezza sul cervello e sui parametri vitali.

Nelle prime valutazioni di questo esperimento, si sono effettivamente notati degli effetti da esposizione alla bellezza, come un aumento della rilassatezza e un maggior coinvolgimento cerebrale, soprattutto durante stimoli sia visuali che sonori.

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La bellezza è un viaggio

Gli studi e le sperimentazioni riguardo alla Sindrome di Stendhal sono molto complessi, vista la rarità e l’impossibilità di prevedere una crisi e quindi di monitorarla.
Resta comunque il fascino di questo disturbo, che è un inno alla bellezza, alla sua potenza e alla sua capacità di turbare e scuotere l’animo umano.

Probabilmente, Stendhal e gli altri malati di bellezza come lui, altro non sono che viandanti capaci di immergersi fino in fondo in un’opera d’arte, riconoscendo qualcosa di sé e dei propri sentimenti nella forza di una pennellata, in una nota musicale o in una poesia particolarmente evocativa.

La capacità di identificarci con un artista, è la condizione fondamentale che ci permette di comprenderne, forse non appieno ma più profondamente, il suo lavoro.

Il viaggio che Stendhal stava compiendo attraverso il continente europeo, altro non è che il viaggio interiore che ognuno di noi compie, nel tentativo di trovare e fotografare la bellezza e abbandonarsi ad essa, lasciandoci abbracciare, sconvolgere e…salvare.

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I sei gradi di separazione e il mondo che si fa piccolo

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Nel 1929, lo scrittore ungherese Frigyes Karinthy pubblicò un racconto breve dal titolo “Catene”, poche pagine di straordinaria preveggenza nelle quali spiegò la propria opinione sulla profonda evoluzione sociologica in atto in quegli anni.

“La rapidità con cui si diffondono le notizie e l’utilizzo di mezzi di trasporto sempre più veloci ha reso il mondo più piccolo rispetto al passato. “E’ successo questo, quello, tutto, ma non era ancora successo mai che ciò che penso, faccio, voglio o desidero, che mi piaccia o no, possa venirlo a sapere, in pochi secondi, chiunque. E se voglio verificare qualcosa che è accaduto a mille chilometri da me, in pochi giorni posso trovarmi lì, di persona o con la mia parola, ed effettuare la mia verifica.”

È il primo accenno a quella che è divenuta famosa al mondo come la teoria dei sei gradi di separazione: la congettura secondo la quale ognuno di noi, a prescindere dalla provenienza geografica o l’estrazione sociale, è collegato a ogni altra persona del mondo attraverso una rete di conoscenze di soli 5 intermediari.

“Comunque, dalla discussione venne fuori un’idea interessante. Uno di quelli che vi partecipava propose un gioco per dimostrare che gli abitanti del globo terrestre sono molto più’ vicini l’uno all’altro, sotto molti punti di vista, di quanto lo siano stati nel passato. Dato un individuo qualunque tra il miliardo e mezzo di abitanti della terra, che vive in un posto qualsiasi, lui sosteneva di riuscire a mettersi in contatto con quell’ individuo al massimo attraverso cinque altri individui che si conoscessero tra loro personalmente.”

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La teoria del mondo piccolo

Per anni, quella di Karinthy è rimasta una bella e affascinante ipotesi da romanzo, che professava un mondo più piccolo e “intimo” di quanto i suoi abitanti fossero portati a pensare.

La svolta si ebbe negli anni ‘60, quando lo psicologo statunitense Stanley Milgram decise di implementare un esperimento sociale per confermare questa teoria attraverso una prova empirica e inconfutabile.

Milgram consegnò un pacchetto ad un gruppo di persone selezionate, chiedendo loro di spedirlo a un’altra persona situata nello stato americano del Massachusetts, dall’altra parte del paese. I soggetti scelti conoscevano il nome e la città di residenza del destinatario, ma non l’indirizzo preciso.

Lo psicologo chiese ai partecipanti di inviare il pacchetto a chi, tra le loro conoscenze, poteva essere in contatto con il destinatario o comunque viveva nella stessa area geografica.

I risultati dell’esperimento di Milgram furono stupefacenti e, a conferma di quanto profetizzato da Frigyes Karinthy, i gradi di separazione tra i mittenti e il destinatario sconosciuto risultarono essere in media 6.

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Una fitta rete di conoscenze

Nel corso degli anni, questo esperimento ha avuto tante repliche, in variabili più moderne, coinvolgendo più persone e utilizzando canali più potenti, come nel caso del test del professor Duncan Watts eseguito servendosi del servizio di posta elettronica.

Su questa pagina di Wikipedia invece, si propone una particolare versione della teoria, secondo la quale basterebbe cliccare sul primo link del corpo di qualunque pagina dell’enciclopedia digitale, per arrivare nel giro di 23 passaggi alla pagina “Filosofia”.

Ciò che né Milgram e tanto meno Karinthy potevano immaginare, era che da lì a qualche decennio sarebbe stata implementata una rete mondiale di interconnessioni che avrebbe drasticamente ridotto i gradi di separazione tra gli abitanti della terra, rendendo il mondo ancora più piccolo: i social network.

La struttura dell’internet ha potenziato e velocizzato le connessioni, sia tra le informazioni che tra le persone. I social network hanno portato questa evoluzione ai massimi storici, permettendoci di entrare in contatto con un numero infinito di persone, senza alcun limite geografico e temporale.

È del 2010 l’esperimento di due ricercatori dell’Università degli Studi di Milano che, in collaborazione con Facebook e sfruttando gli algoritmi sviluppati dal Laboratorio di Algoritmica per il Web dell’Ateneo, hanno scoperto che il grado di separazione – al giorno d’oggi- si attesta in media a 3,74.

La ricerca svolta dall’Ateneo milanese rappresenta il test più ampio mai eseguito sulla teoria dei sei gradi di separazione: Milgram, nel suo esperimento, aveva considerato un centinaio di possibili relazioni, contro i 65 miliardi di interconnessioni presenti attualmente sul famoso social network di Mark Zuckerberg e analizzate da quest’ultima valutazione.

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Siamo davvero così vicini?

A guardare i numeri e i risultati delle ultime ricerche sulla teoria del mondo piccolo, sembra davvero che i social network abbiano confermato una volta per tutte l’antico detto “tutto il mondo è paese”.

Ma le reti digitali di aggregazione sono davvero la propulsione che azzera le distanze tra gli individui?L’immensa e intangibile agorà che è il web, serve davvero a conoscere più persone e a stringere un maggior numero di relazioni? Secondo il numero di Dunbar, no!

Robin Dunbar è un antropologo britannico, professore a Hoxford, specializzato nello studio del comportamento dei primati.

Il numero di Dunbar è una misurazione teorica del limite cognitivo a cui il nostro cervello è soggetto quando si parla di stringere e mantenere relazioni sociali stabili con altre persone. Il professor Dunbar ha individuato uno stretto rapporto tra le dimensioni dell’encefalo dei primati e la grandezza dei gruppi sociali ai quali essi aderiscono.

I primati, così come gli esseri umani, avvertono il bisogno di contatto sociale, che nel caso dei nostri cugini è rappresentato dal cosiddetto social grooming: lo spulciamento che ha una spiccata connotazione sociale e che ha lo scopo di implementare la struttura associativa del gruppo.

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Gli studi di Dunbar hanno rilevato che, proporzionando le misure alla massa cerebrale del corpo umano, l’Uomo sia in grado di “tenere in vita”, in maniera stabile, un massimo di 150 rapporti sociali.

In accordo con quanto ipotizzato dallo studioso britannico, possiamo immaginare il cervello umano come un potente marchingegno capace di immagazzinare e processare una mole spropositata di dati. Un database in grado di memorizzare volti, nomi, colori e dettagli.

Ma come ogni meccanismo presente in natura, anche il nostro cervello ha dei limiti: può sicuramente ricordare i dati anagrafici e le informazioni riguardo a migliaia di persone, ma è incapace di creare e consolidare un legame intimo con ognuna di esse.

Ne consegue che, volendo ancora una volta dare fiducia a questa teoria del numero di Dunbar, saremo in grado di ricordare i nomi di tutti i nostri 2000 amici di Facebook o i 1000 followers di Twitter, ma molto probabilmente non saremmo capaci di tessere con loro un rapporto di amicizia che sia degno di tale definizione.

Questa incapacità non è figlia del disinteresse o della mancanza di empatia, ma di un oggettivo limite cognitivo del nostro “processore” che, per fare al meglio il suo lavoro, è costretto a risparmiare energie e risorse per i processi davvero importanti.

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L’intima storia di “Black” dei Pearl Jam

L’intima storia di “Black” dei Pearl Jam

Esistono creature che vanno accompagnate per la mano fino al successo.

Il compito di chi dà loro vita non finisce all’atto della creazione, ma continua con la dedizione e il sostentamento che permettono ad un essere fragile di camminare con le proprie gambe.

Questo vale per i film, i libri, le canzoni.

Allo stesso tempo esistono creature che, dal momento in cui vengono al mondo, sfuggono come sabbia dalle mani del proprio autore e cominciano a risplendere di luce propria.

Questa è la storia di “Black“, brano dei Pearl Jam contenuto nell’album d’esordio “Ten”, e di come sia divenuto un successo mondiale, nonostante la testarda opposizione del suo autore, Eddie Vedder.

È il 1993, due anni prima i PJ hanno dato alle stampe il loro primo album, nel pieno della potente e straripante onda grunge che da Seattle stava investendo gli Stati Uniti e il resto del mondo.

I dischi singoli estratti da “Ten” fino a quel punto erano ben 5: due versioni di “Alive”, la struggente storia di attualità del brano “Jeremy”, il pezzo rock da stadio “Even Flow” e la suadente “Oceans”. Ma il pubblico non era ancora sazio, e l’etichetta discografica non chiedeva di meglio che sfarmarlo con un’altra hit da classifica mondiale.

La canzone deputata a trasformarsi in un singolo di successo da passare in radio, non poteva che essere “Black”: la malinconica ballata rock scritta dal frontman del gruppo, che parla di un amore perduto e di un doloroso addio. Una delle canzoni più profondamente intime scritte dal musicista di San Diego, attingendo a piene mani da una sua storia d’amore finita male.

Non è difficile immaginare perché Vedder, alla proposta di pubblicare e promuovere per radio “Black”, si sia fortemente opposto, prendendo le redini decisionali del gruppo e ignorando le suppliche della casa discografica.

 

“Questa canzone parla della perdita (…) è fatta di emozioni troppo intime.”
Eddie Vedder

 

In un album composto da pezzi rabbiosi e cattivi in pieno stile grunge – come “Porch” e “Why Go” – la toccante storia di un amore finito, tra Vedder e una fantomatica fiamma adolescenziale, è un tuffo dritto al cuore del lonely songwriter e della sua più intima natura.

Il cantante dei PJ offre il meglio della sua capacità di storyteller, dopo aver raccontato l’orrore in “Jeremy “e le difficoltà di un rapporto instabile con i suoi genitori in “Alive”.

L’atmosfera che traspare dalle testo è grigia, malinconica e allo stesso tempo dolce, una sorta di spleen in musica e versi narrati dalla voce profonda e calda di Eddie.

 

eddie-vedder

 

Nonostante la volontà di Vedder di tenere sottotraccia questo suo capolavoro, “Black” negli anni ha vissuto di vita propria, diventando – pur non essendo mai stata pubblicata come singolo – un successo planetario e una delle canzoni più conosciute del gruppo di Seattle.

Non è raro che ai concerti il pubblico la richieda a gran voce, ricevendo a volte un gentile ma secco rifiuto da parte del cantante dei Pearl Jam.

 

“Certe canzoni semplicemente non sono fatte per diventare numeri.”
Eddie Vedder

 

Nell’articolo “Five Against the World” di Rolling Stone, è riportato un curioso aneddoto di cui sono protagonisti “Black” e il suo compositore:

 

“Una notte, mentre era seduto su una spiaggia deserta, contemplando la vita dopo la morte di un’amica, la chitarrista Stefanie Sargent delle “7 Year Bitch”, ha sentito delle voci provenienti dalla collina alle sue spalle. Cantavano “Black”, la canzone fragile che per Vedder era diventata il simbolo della commercializzazione della band. Aveva combattuto per evitare che fosse suonata in continuazione, non aveva voluto un videoclip della canzone. Vedder spuntò fuori dai cespugli e chiese a quei ragazzi di non cantare quella canzone.”

 

Per anni sono state rare le situazioni in cui il gruppo rock americano ha eseguito “Black”, e quasi sempre in situazioni più intime, lontano dal frastuono e dalla natura dispersiva dei grandi stadi.

A tutti gli altri fan della band e del grande songwriter in camicia quadrettata, non restava che accontentarsi di ascoltare questo capolavoro in loop, magari preferendo la versione ancora più viscerale del concerto unplugged del 1992 per MTV.

 

 

Il legame così stretto tra il leader dei Pearl Jam e la sua creatura, è la dimostrazione tangibile – semmai ce ne fosse bisogno – della sua doppia anima. La prima, cresciuta in un’adolescenza complicata e alimentata ad alcool e punk rock.

Un’anima sfociata in quelle pericolose arrampicate da capogiro sulle strutture dei palchi, gli stage dive-in e la vita da rockstar.

La seconda, più mite e romantica, è l’anima dell’uomo capace di scrivere brani come Just Breath, album come Into the Wild Soundtrack o Ukulele Songs e di impegnarsi attivamente per rendere il mondo un posto migliore.

Due facce della stessa medaglia, fatta di ombre e di luci, di gioia e di sofferenza, di bianco e soprattutto di nero.

Una storia, quella di “Black”, così personale e gelosamente custodita, ma allo stesso tempo così universale ed empatica, che viene da chiedersi se Vedder non abbia voluto donarla al mondo, per non sentirsi poi così solo.

 

“…the pictures have all been washed in black.”

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Credit to: https://it.pinterest.com/pin/431712314260612761/

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22 poster minimalisti di grandi film

Capolavori del cinema interpretati in chiave minimal

Un poster ha l’obiettivo di raccontare la storia e la grandezza di un film attraverso una sola immagine. Nello spazio di pochi centimetri bisogna attrarre lo spettatore e spingerlo ad andare al cinema.

I seguenti lavori sono una reinterpretazione minimale dei poster di alcuni dei più famosi film della storia e degli ultimi anni. Poche forme e colori che spesso rischiano di svelare il finale del film!


1.”Ritorno al Futuro” di Robert Zemeckis (1985)

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2. “American Psycho” di Mary Harron (2000)

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3. “8 e mezzo” di Federico Fellini (1963)

4. “Il cigno nero” di Darren Aronofsky (2010)

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5. “Il buono, il brutto e il cattivo” di Sergio Leone (1966)

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6.”Fight Club” di David Fincher (1999)

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7.”Forrest Gump” di Robert Zemeckis (1994)

8.”Il Padrino” di Francis Ford Coppola (1972)

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9.”Inception” di Christopher Nolan (2010)

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10.”Interstellar” di Christopher Nolan (2014)

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11.”I soliti sospetti” di Bryan Singer (1995)

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12.”Memento” di Christopher Nolan (2000)

13.”Midnight in Paris” di Woody Allen (2011)

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14.”Moonrise Kingdom” di Wes Anderson (2012)

15.”Non è un paese per vecchi” dei Fratelli Coen (2007)

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16.”Shining” di Stanley Kubrick (1980)

17.”The Social Network” di David Fincher (2010)

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18.”Taxi Driver” di Martin Scorsese (1976)

19.”Il Grande Lebowski” di Joel Coen (1998)

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20.”Le avventure acquatiche di Steve Zissou” di Wes Anderson (2004)

21.”Trainspotting” di Danny Boyle (1996)

Trainspotting - 1996 - Danny Boyle

22.”Whiplash” di Damien Chazelle (2014)

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Idee fantastiche e come trovarle

Idee fantastiche e come trovarle

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Pensa all’ultima volta che hai concepito una buona idea e che, almeno per qualche istante, ti è sembrata rivoluzionaria e innovativa. Un momento in cui tutto ti è sembrato facile e illuminato: quel lavoro che ti tiene fermo da settimane, puoi chiuderlo! Quel problema che ti preoccupa da un po’ di tempo, puoi risolverlo senza patemi!

Le migliori idee arrivano, inaspettate e folgoranti, durante i momenti più insospettabili.

Sono pronto a scommettere che quell’idea o quello stato di grazia in cui tutto era più chiaro, è avvenuto molto probabilmente durante la doccia, poco prima di addormentarti oppure facendo una lunga passeggiata.

Perché mai, in determinati momenti della giornata, siamo più propensi a dare alla luce idee geniali che ci erano precluse fino ad un attimo prima?

L’ascensore freudiano

Secondo il padre della psicanalisi, il preconscio è una struttura che fa da ponte tra l’inconscio e il conscio.

Un po’ come se la nostra consapevolezza prendesse l’ascensore, scendesse nello scantinato dell’inconscio, e portasse su degli scatoloni pieni zeppi di idee, ricordi e sensazioni che erano lì, ricoperti dalla polvere e in attesa di essere riportati alla luce.

Spesso, a risvegliare il livello del preconscio e a innescare questo “trasloco” dal basso verso l’alto, è un elemento esterno che riporta la nostra mente a qualcos’altro: un suono, un profumo, una sensazione.

Ciò che possiamo fare, per favorire il ruolo del preconscio, è abbassare le nostre difese e creare le condizioni adatte.

In quali momenti le nostre difese si abbassano e lasciano il campo al libero fluire di idee e inspirazione?

I’m thinking in the rain

La doccia è senz’altro uno dei momenti più rilassanti della giornata. Soprattutto se fatta di sera, rappresenta il traguardo meritato dopo una giornata fatta di lavoro, impegni e ritmi faticosi.

La dopamina prodotta dal nostro cervello agisce in maniera positiva sui pensieri, l’assenza di distrazioni come smartphone e internet ci permette di far viaggiare la mente da un punto all’altro.

Il suono dello scroscio dell’acqua, infine, funge da catalizzatore di idee, e per questo motivo è utilizzato spesso per favorire la meditazione.

La doccia è una sorta di camera di decompressione dopo una giornata piena di stimoli.

A letto con le idee

Il letto, così come la doccia, è un luogo che per la nostra mente rappresenta relax e comfort.

Anche in questo caso, non abbiamo dispositivi elettronici e social media a disturbarci. La mente è carica degli stimoli e delle informazioni della giornata, ma finalmente riesce a prendere il distacco che serve per avere una visione d’insieme.

Come chi, davanti ad un quadro d’artista, fa un passo indietro per poterne apprezzare nel complesso la sua bellezza.

Aggiungerei, infine, che il letto è un posto dove ci sentiamo al sicuro, protetti dall’abbraccio delle lenzuola e/o del nostro partner. In una situazione di sicurezza, la nostra mente osa arrivare a pensieri che poco prima sembravano intangibili.
Passeggiata spensierata

Un altro trucco per dare al preconscio la possibilità  di fare il suo lavoro al meglio, consiste in una bella passeggiata ristoratrice.

La californiana Standford University ha svolto una ricerca per capire la correlazione tra moto e creatività . I risultati dicono che chi cammina mentre pensa, trova soluzioni creative il 60% in più rispetto a chi rimane fermo sul posto. Non è un caso insomma se, pensando a come moltiplicare i suoi quattrini, Zio Paperone camminasse avanti e indietro fino a fare un solco nel pavimento.

Fare movimento, a prescindere che sia in un parco all’aperto o su un tapis-roulant al chiuso, favorisce ancora una volta la produzione di dopamina, allenta la tensione e aiuta a distrarsi da un pensiero che è diventato troppo centrale nella nostra mente, così da poterlo guardare da nuove prospettive.

Bonus track: Daydreaming

Gli anglofoni lo chiamano daydreaming, da noi si chiama “sognare ad occhi aperti”.

Un’attività  che chiunque si sia trovato in situazioni monotone e noiose ha conosciuto e sfruttato per fuggirle.

Passare un po’ di tempo con la testa tra le nuvole, visto da sempre come diversivo per i più distratti a scuola o al lavoro, è in realtà  un ottimo modo per alleggerire la mente da pensieri troppo pressanti o confusi. Sognare ad occhi aperti, serve inoltre a potenziare le nostre capacità  di astrazione e permette al cervello di sondare nuove strade e trovare nuove soluzioni (pensiero divergente).

La prossima volta che avrai bisogno di un’idea geniale o di un nuovo punto di vista per risolvere un problema troppo complicato, fai una doccia, un pisolino, una passeggiata o un viaggio ad occhi aperti: il tuo corpo e la tua mente te ne saranno grati, e il tuo datore di lavoro non potrà  darti dello sfaticato!

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5 grandi registi prestati alla pubblicità

grandi registi fanno pubblicità

In principio era Carosello.

Il programma che ha tenuto compagnia per vent’anni a milioni di italiani, tra cui i nostri nonni e i nostri genitori, si basava su una sapiente mescolanza tra intrattenimento e pubblicità.

Non sempre, però, gli spot pubblicitari trasmessi durante le pause di un film o un programma televisivo, sono in grado di attirare l’attenzione e l’interesse degli spettatori. Spesso, invece, sono solo una buona occasione per andare in bagno o controllare cosa c’è in onda su altri canali.

Troppo frequentemente, l’intervallo consiste in trenta secondi (o più) di testimonial dai sorrisi smoderatamente accattivanti, intenti a decantare le qualità del prodotto pubblicizzato e invitare ammiccanti lo spettatore all’acquisto.

A vedere certi film penso quanto sia bella la pubblicità.
Oliviero Toscani

Fortunatamente, per chi guarda la tv e per chi vuole vendere i propri prodotti, grandi brand come Nike Apple hanno osato trasformare quei pochi secondi a disposizione in veri e propri cortometraggi di qualità. Piccoli capolavori che, tramite una narrazione accattivante e una produzione di alto valore, riescono a catturare l’interesse e coinvolgere i possibili clienti.

Ne consegue che la storia della pubblicità sia ricca di collaborazioni, più o meno memorabili e più o meno riuscite, con grandi registi presi in prestito dal cinema. Federico Fellini, David Fincher e Darren Aronofsky sono solo alcuni degli illustri cineasti che hanno reso lo spot un momento godibile e degno di essere visto.

Ecco cinque grandi nomi della settima arte e i loro rispettivi lavori pubblicitari.

  1. Wes Anderson per Prada – Castello Cavalcanti (2013)

    Il regista di Houston, famoso per i riconoscibilissimi colori e le inquadrature dei suoi film, ha collaborato con l’azienda di alta moda italiana. Nello spot/cortometraggio ci sono tutti gli elementi caratteristici dei lavori di Anderson:  Jason Schwartzman (attore feticcio del regista), un’avvenente quanto apatica barista e i dialoghi surreali e dal ritmo incalzante (“completamente finito, totale calamity disastro catastrofica!”). Alla fine dei circa 8 minuti, resta l’amaro in bocca e la curiosità di sapere come si sarebbe evoluta la storia nell’immaginaria cittadina di Castello Cavalcanti.

  2. Spike Lee per Nike – Is it the shoes? (1991)

    https://www.youtube.com/watch?v=BhHONpmlxPc

    Il regista di Fa’ la cosa giusta e Malcom X, dirige nel ’91 uno spot in bianco e nero per uno dei brand sportivi più famosi al mondo. Per questa grande occasione, l’accanito tifoso di basket americano non può che farsi affiancare dalla più grande star della palla a spicchi: Michael Jeffrey Jordan. Lo spot, accompagnato da una base ritmica tipicamente anni ’90, è incentrato sul segreto nascosto dietro alle smisurate capacità atletiche e tecniche del cestista dei Chicago Bulls.
    “È il taglio di capelli? Sono i calzini corti? Sono le scarpe? Sono le scarpe? Devono essere le scarpe!”

  3. Ridley Scott per Apple – “1984” (1984)

     

    Al 1984, Ridley Scott aveva già diretto due dei suoi più grandi capolavori di fantascienza: Alien e Blade Runner. Non è difficile immaginare perché la Apple si sia rivolta a lui, affidandogli la direzione di uno spot che rappresenta una non troppo sottile citazione dell’opera di George Orwell, appunto “1984”. Il lavoro di Scott per l’azienda di Steve Jobs fu proiettato un’unica volta, nell’intervallo del Super Bowl, ma questa gli bastò per passare alla storia.
    In un’ambientazione distopica e inquietante, una sconosciuta eroina lancia un martello contro lo schermo del Grande Fratello, liberando gli spettatori dalla loro condizione di schiavi del conformismo.

  4. David Lynch per Sony – “Play Station 2” is The Third Place (2000)

    Chiunque abbia visto una delle opere di David Lynch, sa bene che il regista statunitense si ama o si odia. È impossibile arrivare alla fine di un suo film senza provare una profonda ammirazione o un intenso turbamento.
    Nel 2000 la multinazionale giapponese vuole lanciare il secondo modello della sua console, presentandola come una porta verso un ipotetico third place, una terza dimensione astratta.
    Nessuno meglio del regista di Eraserhead e Strade perdute può rendere “reale” una dimensione paranormale e onirica, accompagnandoci per mano verso un disturbante sogno ad occhi aperti.

    Welcome to the third place!

  5. Spike Jonze per Ikea – Lamp (2002)

    Nello stesso anno di uscita de Il ladro di orchidee (film con un “doppio” Nicolas Cage e la sceneggiatura di Charlie Kaufman), il regista premio Oscar collabora con l’azienda svedese leader mondiale nella vendita di mobili e oggettistica per la casa. Un solo minuto, scandito da un’incessante pioggia e un pianoforte, durante il quale lo spettatore entra in empatia con un semplice oggetto.
    Una lampada viene abbandonata dal suo proprietario e sostituita da un modello nuovo. La bravura di Jonze, sta nel servirsi della colonna sonora e del montaggio per trasmettere un’emozione e un senso di abbandono, nonostante il protagonista dello spot sia un oggetto inanimato.
    Il finale a sorpresa ridesta lo spettatore e lo riporta alla realtà dei fatti: it has no feelings, and the new one is much better!

    Bonus – Sergio Leone per Renault (1981)

    La collaborazione tra cinema e pubblicità non è affare esclusivo dei registi americani. Anche il nostro grande Sergio Leone ha prestato la sua opera per uno spot pubblicitario. Nel 1981 dirige circa 50 secondi di puro Western per la casa produttrice automobilistica francese. L’ambientazione, la colonna sonora del maestro Ennio Morricone (una creativa versione western di Per Elisa di Beethoven) e il taglio del leggendario regista romano, rendono epico questo piccolo gioiello di advertising.

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Pensiero daltonico

Pensiero daltonico

Il prossimo ottobre per me saranno dieci anni di patente. Uno di quei traguardi che ti sorprendono come un fulmine a ciel sereno e ti spingono a considerare, più o meno seriamente, il tempo che passa e la fugacità della vita.

Il giorno prima dell’esame scritto, ricordo che il mio istruttore mi confidò un trucco per rispondere ad alcune domande particolarmente spigolose:

 

“Quando in una domanda ci sono espressioni come sempre, mai o ogni qual volta, quella domanda è falsa!”

 

Senza saperlo, l’istruttore mi diede la mia prima lezione sul pensiero dicotomico e su come riconoscerlo. Gli anglofoni, non a caso, lo chiamano black and white thinking, pensare in bianco e nero. Questa modalità di pensiero consiste nel non considerare le sfaccettature di un argomento, soffermandosi solo sui valori estremi che questo può presentare.

Il pensiero in bianco e nero che elimina le mille meravigliose sfaccettature della vita.

Una sorta di pensiero binario, secondo il quale ogni aspetto della vita è 1 o 0, giusto o sbagliato, bello o brutto. Una pericolosa semplificazione che non tiene conto del contesto e delle sfumature che ciascun argomento possiede.

Circuiti sovraccarichi

Per quale motivo siamo portati a dividere tutto in bianco o in nero?

Il cervello, lo sappiamo, è il marchingegno più potente che esista in natura. Ciononostante, come qualsiasi altro congegno, può vacillare se sottoposto ad una mole eccessiva di lavoro.

Questo accade sempre più spesso, in un contesto storico in cui abbiamo un’ampia scelta su ogni cosa. Al bar, ad esempio, possiamo chiedere un caffè espresso, un caffè lungo, macchiato, in vetro, con zucchero di canna o fruttosio.

Ne consegue che, ingolfato dalle mille decisioni giornaliere da prendere, il cervello attiva una sorta di meccanismo di difesa per ridurre al minimo il sovraccarico. Tramite questa distorsione cognitiva, il pensiero dicotomico appunto, si corre il rischio di eliminare le numerose sfaccettature del mondo che ci circonda.

 

Di conseguenza, un lavoro andato male sarà per forza di cose un fallimento su tutti i fronti, una persona scortese sarà sicuramente una persona cattiva e un cuoco che sbaglia una ricetta sarà senza dubbio un pessimo cuoco.

 

Questo funzionamento mentale di rimozione ci dona una superficiale e inesatta sensazione di sicurezza, e ci spinge a fossilizzarci su altrettanto superficiali e inesatte convinzioni.

 

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Pensieri pericolosi

Fin quando si tratta di scegliere quale caffè ordinare o quale film vedere al cinema, il pensiero dicotomico può essere anche d’aiuto per alleggerire il lavoro del nostro cervello, senza causare troppi danni.

 

Un’estremizzazione di questo concetto può però portare il pensatore daltonico a vedere il mondo con delle lenti distorsive e pericolose.

 

Ne sono ben consapevoli alcuni propagandisti che, facendo leva sulle pulsioni emotive più profonde dell’animo umano, radicalizzano alcuni aspetti della società per creare diffidenza e paura nei confronti di un obiettivo prestabilito.

Ecco che, sotto questa lente daltonica, tutti i musulmani diventano terroristi, tutti i napoletani sono camorristi e tutti gli stranieri vengono nel nostro paese a delinquere.

Rainbow Thinking

Oltre a creare solidi e insensati pregiudizi, il pensiero dicotomico ci preclude quell’ampia gamma di colori che rende il mondo un posto così unico e affascinante.

Questo porta ad un inaridimento della creatività, della fantasia e dell’empatia, con le conseguenti ripercussioni sullo sviluppo scientifico, sull’arte e sulla solidarietà tra gli uomini.

Solo sforzandoci di vedere le sfumature e i colori che sono in ogni cosa, siamo in grado di trarre il meglio da ogni esperienza e capire a fondo ogni situazione.

 

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In questo modo, un lavoro andato male ci darà gli spunti per migliorare, una persona scortese sarà probabilmente una buona persona che ha avuto una brutta giornata e un cuoco che sbaglia una ricetta sarà un buon cuoco che ha commesso un semplice errore.

Ricordiamo la filosofia cinese dello Yin e Yang: non può esserci il giorno senza la notte, la gioia senza il dolore, la luce senza il buio.

Ma ricordiamo anche che, come insegnano i latini, è nella terra di mezzo tra tutte queste estremità, nel delicato equilibrio tra due poli opposti, che l’uomo trova la virtù.

 

“Ero dentro e fuori, simultaneamente attratto e respinto dall’inesauribile varietà della vita” – Il Grande Gatsby – F.S. Fitzgerald


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game of colours
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Quando il lavoro si fa duro…i duri iniziano a giocare

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Nella nostra cultura, la voragine concettuale tra lavoro e gioco, è ampia e irriducibile almeno quanto quella tra le coste della Calabria e quelle della Sicilia.

Pochi temerari osano navigare le burrascose acque che dividono le due sponde, con l’obiettivo quasi utopico di unire sacrificio e divertimento.

Lavoratori disinteressati

L’incapacità (o l’impossibilità) di unire questi due aspetti fondamentali della nostra vita, porta a quella che viene oggi definita come employee engagement crisis: la perdita, da parte dei lavoratori dipendenti, di ogni forma di motivazione e soprattutto interesse in quel che fanno.

Quando il lavoro assopisce lo spirito, bisogna guardare al mondo dei giochi, per ritrovare coinvolgimento e motivazione

Le cause di questa perdita di entusiasmo?

Ritmi di lavoro insostenibili, l’assenza di comunicazione con il management, nessun riconoscimento o feedback, la difficoltà di trovare un obiettivo comune e ben preciso.

L’agenzia americana di analisi e consulenza del lavoro Gallup, ha stimato che nel mondo solo il 13% dei lavoratori dipendenti si sente engaged, ossia realmente coinvolto e interessato ai meccanismi e allo sviluppo della propria azienda.

Il lavoro è un gioco

Prendete una persona che conoscete e che è realmente entusiasta del suo lavoro. Tralasciando per un attimo il lato economico e il prestigio che una posizione lavorativa può presentare, quali sono gli aspetti che lo gratificano?

Probabilmente vi parlerà del piacere della sfida, del confronto o della sana competizione coi colleghi, del raggiungimento di un obiettivo e della ricompensa finale. Tutti aspetti che caratterizzano il divertimento prodotto da un gioco.

Non stiamo parlando del divertimento che si può provare ad una festa tra amici o ad uno spettacolo comico, bensì di una sorta di divertimento stimolante che è frutto di concentrazione, partecipazione e complessità.

Hard fun e Teoria del Flusso

Il pedagogista e informatico americano Seymour Papert, proprio per sottolineare la differenza tra i due tipi di divertimento descritti sopra, ha coniato il termine hard fun.

Hard fun, letteralmente “divertimento arduo”, indica uno stato di piacere generato dal cimentarsi e superare le difficoltà durante una prova complessa.

Prendiamo ad esempio un giocatore di scacchi: raramente ne vedrete uno sorridere e trotterellare durante un partita, ciò non toglie che il gioco gli provochi un’intensa soddisfazione, una trance agonistica che cancella per un breve periodo i segni della stanchezza, della fame e del sonno.

Il concetto di trance è ripreso dallo psicologo ungherese Mihály Csíkszentmihályi nella sua famosa teoria del flusso: una condizione durante la quale un’attività riesce a “monopolizzare” tutte le nostre attenzioni ed energie, facendoci perdere la cognizione del tempo e la percezione degli stimoli interni o esterni.

Così, allo stesso modo, il bambino che gioca ai videogiochi e l’artigiano che porta avanti con passione il suo lavoro, non si accorgono delle ore che passano leggere e piacevoli.

player chess and wine

Le regole del gioco

Per questo motivo, è importante operare una sorta di lucidicizzazione del lavoro, sottometterlo alle regole che sono proprie del “gioco impegnato” e che lo rendono tanto interessante e accattivante.

Seguendo le indicazioni di Csíkszentmihályi, possiamo elencare i fattori necessari affinché un lavoro sia stimolante e gratificante:

  • Avere chiari gli obiettivi: sapere cosa vogliamo raggiungere tramite il lavoro e in che modo

  • Feedback continui: il consiglio o la critica costruttiva di colleghi e superiori

 

  • Sfide alla portata: intraprendere lavori che siano effettivamente al nostro livello

 

  • Avere il controllo: essere attivi nei confronti del lavoro, e non subirlo passivamente

 

  • Imparare dagli errori: la possibilità di sapere dove abbiamo sbagliato e come evitare di ripetere l’errore in futuro

 

  • Ricompensa: il meritato premio e la gratifica personale

 

pic of rubic cube

Il lavoro, nel bene o nel male, impegna circa un terzo della nostra vita, ed è uno dei più importanti strumenti di autorealizzazione, sia dal punto di vista della crescita personale che del rapporto interpersonale.

Dovremmo tener ben presente che, così come per la crescita e lo sviluppo dei bambini, le regole del gioco ricoprono un ruolo di primo piano anche nella vita degli adulti, e magari tatuarci sulla pelle la saggia citazione che dice:

L’uomo non smette di giocare perché invecchia, ma invecchia perché smette di giocare.
George Bernard Shaw

 

 

 

picasso guernica daniele signoriello copywriter
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Di cosa parliamo quando parliamo di creatività

picasso guernica daniele signoriello copywriter

Quando sento definire una persona o un’idea creativa, mi viene la pelle d’oca.

Ciò che mi fa rabbrividire è la leggerezza con la quale troppo spesso si dà a questo concetto una parvenza di esclusività: la creatività vista come un lusso per pochi eletti, fortunati e senz’altro invidiabili.

Decantata, amata, invidiata e sottovalutata. La creatività è un dono del destino oppure una competenza che si apprende?

Ma davvero la capacità di creare o pensare nuove cose e nuove idee è facoltà esclusiva di artisti, intellettuali e grandi pensatori?

La creatività quotidiana

Personalmente, ho sempre visto la creatività non come un talento ricevuto in dono alla nascita, né tanto meno una competenza che si acquisisce con lo studio o tramite un preciso corso universitario. Certo, la si può affinare e soprattutto allenare, ma non imparare sui banchi di scuola come con la geografia o la storia.

Più plausibilmente, la creatività è un’ attitudine, una modalità di pensiero, un tipo di approccio alla vita in tutti i suoi aspetti.

Non è forse creativo il giovane innamorato che si ingegna, pur non essendo scrittore di professione, per creare una lettera d’amore alla sua bella?

Non è forse creativo l’imprenditore che, pur non facendo della creatività il suo pane quotidiano, se ne serve per dare vita e sussistenza alla sua impresa?

Vecchi ingredienti, nuove ricette

Cos’è, dunque, questa chimera che tanti professano, ostentano e inseguono?

Sintetizzando il pensiero del matematico, fisico e filosofo naturale francese Henri Poincaré, potremmo dire che la creatività è il processo con il quale si uniscono elementi già esistenti attraverso collegamenti del tutto nuovi.

La creatività, quindi, non ha a che fare tanto con la creazione di qualcosa (nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, no?), ma piuttosto con la capacità di trovare inediti punti di vista su qualcosa che è già stato inventato, nuove ricette per impastare vecchi ingredienti.

La creatività è la capacità di trovare inediti punti di vista su qualcosa che è già stato inventato, nuove ricette per impastare vecchi ingredienti.

creatività daniele signoriello copywriter

Le condizioni per la creatività si devono intrecciare: bisogna concentrarsi. Accettare conflitti e tensioni. Rinascere ogni giorno. Provare un senso di sé – Eric Fromm

Respira e lasciati ispirare

Mi è capitato più volte di sentire o leggere, all’interno di un contesto informatico, la frase “reinventare la ruota”. Ciò ha a che fare con l’inutilità, per i progettisti, di scervellarsi per creare qualcosa daccapo, quando qualcun altro l’ha precedentemente fatto.

Cosa c’entra questo con la creatività? I Rolling Stones, idoli di più generazioni che hanno rivoluzionato il rock, non hanno preso in prestito (o tratto ispirazione) dal blues di Muddy Waters e Robert Johnson?

Quentin Tarantino, tra i registi più apprezzati del nostro tempo, non ha forse attinto a piene mani nel repertorio cinematografico di grandi maestri come Sergio Leone o Jean-Pierre Melville?

In realtà, le potenzialità creative di un individuo sono strettamente legate alla sua capacità di lasciarsi influenzare dagli stimoli che lo circondano. Se prendessimo una persona e la lasciassimo vivere in una stanza vuota, senza libri, film o musica, sarebbe in grado di produrre qualcosa di bello?

“I buoni artisti copiano, i grandi rubano”
Pablo Picasso

Copia consapevolmente

D’accordo, questo non vuol dire che per essere creativi basti farsi bombardare passivamente dai prodotti della creatività altrui. Tanto meno la copia selvaggia (o meglio il plagio) del lavoro di qualcun altro può portare ad un risultato, se non ad una brutta figura o ad una denuncia di furto di proprietà intellettuale.

La creatività non è un processo meccanico, non la si impara a tavolino, come già detto.

Vedo la creatività come un grande frullatore: si prendono delle informazioni e degli stimoli, si aggiungono delle influenze e delle ispirazioni, un pizzico (si fa per dire) di concentrazione e tanta perseveranza.

Vi si aggiunge la competenza tecnica di un determinato campo: puoi essere creativo quanto vuoi, ma se non hai studiato architettura non sarai mai un Renzo Piano!

L’ingrediente segreto? L’insight, l’intuizione, la visione. La polvere magica che amalgama tutti gli ingredienti e crea il nuovo collegamento.

Si lascia sedimentare il tutto per un po’, magari lontano da ulteriori sovraccarichi di informazioni o stimoli. Questo è il motivo per il quale tanti artisti vivono dei periodi di isolamento. Alcuni altri, sono capaci di isolarsi, o meglio alienarsi, per cullare una propria idea anche in mezzo al caos.

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